28 agosto 2010

Nudisti - Puntata 4 - Identità 2


Gli ospiti di tuo padre o di tuo fratello a casa.
E’ un aspetto con cui un adolescente, che non può semplicemente prendere la macchina e fingere di non esistere per un pomeriggio, deve necessariamente confrontarsi.
Gli interminabili discorsi sull’ufficio o sull’università, gli stessi aneddoti divertentissimi raccontati almeno da 10 anni. E i sorrisini d’imbarazzo se quegli aneddoti riguardano te da piccolo, ovviamente.
Tu, che quella volta dicesti che l’agricoltura non rientrava proprio nelle tue attitudini, mentre aiutavi tuo padre a seminare dei pomodori.
Tu, che da piccolo eri allergico ai biscotti che piacevano a tuo fratello, e lui doveva sorbirsi gli insopportabili gran cereali.
Tu, che leggi sempre, leggi troppo. Che hai cominciato con Topolino, e poi sei passato alla Gazzetta dello Sport. E poi ai libri. E come studia, il mio Marco. Sempre a studiare.

I sorrisini, dicevo. Non esiste altro modo di reagire. Bisogna solo aspettare che si chiuda il discorso dei tuoi capelli lunghi e che si passi avanti, finalmente.

Perché se gli ospiti sono amici di tuo padre, c’è un motivo. Condividono un pezzo della loro storia, condividono ideali ( o almeno idee ), si trovano d’accordo sulla maggior parte dei giudizi intorno a ciò che ci circonda.  Hanno un Erlebnis – un vissuto - simile,per usare un termine abusato dalla mia professoressa di storia e filosofia, fissata con Husserl e con la fenomenologia in genere.

E tu che quell’Erlebnis non lo condividi, che non hai mai capito cosa significano alcune tradizioni, alcune usanze, che sei cresciuto a pane e Lost, che non sopporti i film western di seconda o terza scelta, che non ci vedi davvero nulla di male se qualcuno, una volta tanto, fuma marjuana. Tu, insomma, non puoi fare altro che sorridere. A tuo padre e all’ospite di turno.

Poi, certo, capita. Capita che una volta tanto l’ospite ti stupisca. Ti strappi una parola, perché si interessa – o finge di interessarsi – anche un po’ a te.
E allora magari, capita che in mezzo ai tanti discorsi su quel professore di Clinica Medica o di Parassitologia che ormai è morto, ma tutti se lo ricordano per quanto era insopportabile, ci scappi una domanda. In un accento pseudo napoletano francamente fastidioso, e che non saprei riprodurre, ma – cazzo – una domanda.

“Ti piace leggere, eh?”
“Sì, abbastanza.”
“Che libro stai leggendo, in questo periodo?”
“Diary. Di Chuck Palahniuk “
“Non lo conosco. Di dov’è?”
“ Americano.”
“Ah. Beh, magari lo cercherò.”

Capita che lo stesso ospite ti chieda anche cosa vorresti fare, tu, dopo il liceo.
“Eh, bella domanda.”
“Ma a te cosa piacerebbe?”
“Eh, bella domanda.”
“Possibile che non sai cosa vorresti fare?”
“Sì, che lo so. E’ che molto probabilmente non farò quello che voglio”.
“E perché?”
“Perché, maledizione, non siamo in uno stato che ci permette di farlo. Perché se vuoi fare Lettere non c’è nessuno che ti possa offrire uno stronzo di posto di lavoro. Perché puoi essere bravo quanto vuoi, ma non ce la farai mai. Anche se la tua massima aspirazione è circondarti da 20, 25 ragazzi urlanti. Per trovarne uno da incoraggiare a continuare, per migliorare gli altri. Per plasmare il futuro.”
“E non lo farai?”
“No, non lo farò. Dovrò trovare un compromesso.”
“Compromesso. Che brutta parola. A 17 anni dovresti fregartene, del compromesso. A 35 ci si deve pensare. Adesso dovresti essere più idealista.”

Idealista. Sognatore. Libero.

Sì, è così che dovrei essere.
Non dovermi preoccupare di nulla, se non di essere felice.
Inseguire il mio obiettivo, senza aver paura. Senza aver voglia di scappare per essere me stesso.
Ha ragione, l’ospite di mio padre. Cazzo, non dovrei preoccuparmi del futuro.
Perché il futuro, alla mia età, dovrebbe essere una promessa. Non una minaccia.

E allora adesso avrei voluto dirvi che da oggi in poi me ne fregherò. Che ho recepito il messaggio. Che migliorerò. Che inseguirò il mio sogno.
Avrei voluto riempire questi sei minuti di belle frasi, magari un po’ da luogo comune, ma belle frasi.
Del tipo che i sogni portano con sè un prezzo da pagare, ma lo pagherò volentieri per la loro bellezza e la loro intensità.
Del tipo che, all in all, la cosa più importante non è quanto il mondo ti dia. La cosa più importante è quanto tu possa dare al mondo.
Avrei voluto dirvi che la ricerca della felicità è più importante di qualsiasi obbligo morale nei confronti di te stesso, della tua famiglia, della tua patria.

Avrei voluto, ma non funziona così.
Ci pensavo giovedì scorso, quando Scorti, nel suo pezzo, aveva parlato di una libertà che siamo costretti a perdere, a una certa età.
Ma per molti di noi, per la maggior parte di noi, non funziona così.
Nessuno è realmente libero.
Perché ognuno di noi ha un erleibnis con cui confrontarsi. Ognuno di noi ha i propri “idola”, e oggi la finisco con le citazioni filosofiche, con cui convivere. Ognuno di noi ha il suo piccolo mondo da tenere a galla.

E tenerlo a galla, purtroppo, è il nostro schifosissimo dovere.

E cosa potevo fare, coperto com'ero
e appesantito dalla terra occidentale,
se non aspirare, e pregare per un'altra
nascita del mondo, con tutta Spoon River
sradicata dalla mia anima?

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