23 luglio 2010

Cosa resta? nuDISti - puntata 1

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Perché, alla fine, cosa resta?
E’ così che il mio professore di latino concluse la sua ultima memorabile lezione prima di andare via, in una soleggiata mattinata tardo-primaverile che non dimenticherò tanto facilmente.

Cosa resta, alla fine, nella memoria di una persona?

Un mio amico, un mio compagno di classe, uno dei più svegli, in realtà, rispose che di sicuro restano le cose eccezionali.

Lì per lì gli diedi ragione. Poi chiesi cosa fossero, per lui, le cose eccezionali e ovviamente non mi seppe rispondere.

Beh, allora ci pensai un po’ su.

E mentre il mio professore di latino continuò la sua ultima memorabile lezione prima di andare via, pensai che, alla fine, non rimangono le cose eccezionali. Rimangono le abitudini.

Perché tra 50 anni non ti ricorderai di quella particolare mattina di gennaio in cui hai baciato la tua ragazza dell’epoca prima di entrare a scuola. Ricorderai, piuttosto, l’abitudine di farlo.

Lo dissi al professore, cambiando esempio, ovviamente. Chè sì, era un grand’uomo, ma era pur sempre il professore di latino.

Scosse la testa e i suoi pochi capelli. Disse che forse avevo ragione, che sarebbe rimasta l’idea dell’abitudine. Ma disse anche che lui era alla ricerca di immagini particolari da avere per sempre fisse nell’ipotalamo, e non di un’idea astratta.

Sì, aveva ragione. E continuai a pensarci su. Chissà, probabilmente, alla fine, restano le prime volte. La prima volta che hai baciato la tua ragazza prima di entrare a scuola , la prima volta che hai giocato a calcetto il sabato pomeriggio, la prima volta che hai ascoltato la radio, la prima volta che sei andato a cinema il martedì sera, la prima canzone dei Pink Floyd che hai sentito.
 Non lo dissi, però. Lo tenni per me, convinto di aver scoperto il segreto della felicità. Il ricordo della prima volta di un’abitudine.

Non ci pensai, per un po’. Tornai ad ascoltare la memorabile ultima lezione prima di andare via, che in quel momento mi sembrava la cosa giusta da fare.

Tornato a casa, sotto la doccia, in uno di quei meravigliosi monologhi che sanno stupendamente di borotalco e shampoo alla camomilla, mi accorsi di avere torto.
Non è la prima volta, ad essere ricordata.
Probabilmente si può ricordare un bacio nella sua interezza, ma non una partita a calcetto o, ancor di più, un libro.

E allora, lì, sotto la doccia, tra il borotalco e la camomilla, arrivai alla mia conclusione. Sono precisi momenti, ad essere ricordati. Quei precisi momenti che ci hanno fatto “prendere un abitudine”. Quei momenti che ci spingono ad andare avanti, quando – per un attimo – ci stanchiamo della nostra routine.

E allora resta il sapore di caffellatte della tua ragazza e il vocio dei ginnasiali intorno a te, resta quel tiro imparabile all’incrocio del tuo primo sabato pomeriggio calcettistico, quella particolare parola detta da quel conduttore dall’accento milanese che finirà per impadronirsi delle tue domeniche pomeriggio, quello sguardo di Jack Nicholson, quel colpo di tosse catarrosa all’inizio di Wish you were here.

Oppure quella pagina, che ti ha spinto a prendere l’abitudine di avere un libro sul comodino.

Quella pagina letta in uno strano libro dalla copertina bianca, dal titolo piuttosto banale, scritto da un tizio che – prima d’allora – non avevi mai sentito nominare.

Quella pagina diceva, più o meno:

Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche parte e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

Il tizio era Jerome David Salinger.
Il libro, quel libro, ormai l’avrete capito, era Il giovane Holden.

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