14 febbraio 2011
8 febbraio 2011
Illumina
La riconobbe, nell'immensità dell'azzurro.
Quel maglioncino verde. Quello di un tempo. Quello orrendo, che non sopportava, e che pure amava alla follia.
Riconobbe il suo viso. I suoi occhi, più azzurri dell'azzurro che li circondava.
Era cambiata.
Dicevano che, in quello stato, tutto sembrava più pieno. Più colorato. Più vivo. E avevano ragione.
Era già diversa, ora.
Gonna da gitana. Capelli rossi, come non li aveva mai avuti.
Sembrava aspettasse.
Niente, in quel luogo, aveva un nome. Niente poteva essere descritto.
Niente era vero.
Anelli di concetti e azioni in un'interminabile catena.
Senza volontà. Senza scrupoli. Senza leggi.
Ormai la fissava da minuti. Vedeva in lei la propulsione. L'alfa, da cui tutto era partito, e da cui tutto avrebbe avuto un nuovo, meraviglioso inizio.
Forza genitrice, foga universale.
"Bisogna necessariamente perdersi, per ritrovarsi?"
"Evidentemente."
Aveva la bellezza dell'ossimoro. Quella che non aveva più intravisto, dopo quel giorno. Quella che gli mancava tanto.
Allora ne elencò quanti più era in grado di ricordarne.
Dolcissimo baratro. Inebriante imperfezione. Rosso spento.
Viva morte.
Lei sorrise. Prese una sigaretta, ne offrì una. E fumarono insieme, in silenzio.
L'immaterialità di quel fumo diede un metro di paragone al loro stato. Li definì. E li vinse.
Risero della loro passata imperfezione. Risero del loro sentirsi, ancora una volta, imperfetti.
Fluttuavano, e sentivano ancora il peso dei loro corpi.
A braccia aperte sull'infinito, videro la metafora della loro esistenza dissolversi nello splendente etere della nuova realtà.
Dell'eternità.
E risero ancora. Della loro miseria.
Quel maglioncino verde. Quello di un tempo. Quello orrendo, che non sopportava, e che pure amava alla follia.
Riconobbe il suo viso. I suoi occhi, più azzurri dell'azzurro che li circondava.
Era cambiata.
Dicevano che, in quello stato, tutto sembrava più pieno. Più colorato. Più vivo. E avevano ragione.
Era già diversa, ora.
Gonna da gitana. Capelli rossi, come non li aveva mai avuti.
Sembrava aspettasse.
Niente, in quel luogo, aveva un nome. Niente poteva essere descritto.
Niente era vero.
Anelli di concetti e azioni in un'interminabile catena.
Senza volontà. Senza scrupoli. Senza leggi.
Ormai la fissava da minuti. Vedeva in lei la propulsione. L'alfa, da cui tutto era partito, e da cui tutto avrebbe avuto un nuovo, meraviglioso inizio.
Forza genitrice, foga universale.
"Bisogna necessariamente perdersi, per ritrovarsi?"
"Evidentemente."
Aveva la bellezza dell'ossimoro. Quella che non aveva più intravisto, dopo quel giorno. Quella che gli mancava tanto.
Allora ne elencò quanti più era in grado di ricordarne.
Dolcissimo baratro. Inebriante imperfezione. Rosso spento.
Viva morte.
Lei sorrise. Prese una sigaretta, ne offrì una. E fumarono insieme, in silenzio.
L'immaterialità di quel fumo diede un metro di paragone al loro stato. Li definì. E li vinse.
Risero della loro passata imperfezione. Risero del loro sentirsi, ancora una volta, imperfetti.
Fluttuavano, e sentivano ancora il peso dei loro corpi.
A braccia aperte sull'infinito, videro la metafora della loro esistenza dissolversi nello splendente etere della nuova realtà.
Dell'eternità.
E risero ancora. Della loro miseria.
22 gennaio 2011
Train in vain
Prese lo specchietto.
Un gesto automatico, ormai.
Come sorridere vedendo la neve. Come togliere e rimettere il tappo della penna nei momenti di noia. Come smettere di leggere quando bussano alla porta.
Come specchiarsi, quando si incontra una persona per la prima volta.
Perchè l'idea che avesse di lei potesse combaciare il più possibile con quella di chi le si stava avvicinando. Chiunque fosse. Soprattutto in quel tipo di situazione. Come ogni mattina.
Guardò la sua immagine riflessa. I capelli fuori posto, le occhiaie scavate, le labbra troppo carnose. Che a lei non dispiacevano, ma solo a lei.
Solo dopo aver terminato il suo piccolo, furtivo rito quotidiano, rivolse l'attenzione al suo nuovo amico porzione singola, come li chiamavano in un film che aveva guardato milioni di volte.
Occhiali neri, maglietta firmata.
Dalla vita in giù non riusciva a vederlo, ma avrebbe scommesso metà della sua borsa di studio su un paio di jeans strappati ma non troppo.
"Ciao."
"Ciao."
"Posso sedermi qui?"
"Fai pure."
Meglio lui di una settantenne che non ti fa studiare perchè si sente in bisogno di parlare del meteo, e delle sue rughe e della nipote che ti somiglia tanto e che proprio non riesce a trovarlo un posto fisso, anche se si è laureata con 110 e lode e ha fatto tre - come si dice, aiutami tu chè sei più giovane... "Master." Ecco, sì, dolcezza, master.
Meglio lui, decisamente, nonostante i jeans strappati ma non troppo.
Nel peggiore dei casi, avrebbe visto i suoi capelli troppo fuori posto, le occhiaie troppo scavate, le labbra troppo carnose, e l'avrebbe lasciata perdere.
La verità è che non le piaceva, il treno.
Un tempo le sembrava simbolo di indipendenza e libertà. Muoversi da sola, senza bisogno di essere accompagnata. Conoscere nuove persone. Poter persino parlare liberamente di se stessa, con la consapevolezza di non dover più reincontrare le persone con cui lo stava facendo.
Ma la bellezza è solo nella novità, e l'entusiasmo si spegne nello spazio di un attimo.
Non le piacevano le amicizie porzione singola, non le piaceva guardare il finestrino senza poter scorgere nulla. Non le piaceva la retorica delle rotaie che portano dappertutto, e della meccanica perfetta degli scambi, e dell'affascinante divisa del ferroviere, e dell'attaccamento alla pura macchina del personale di bordo.
Adesso, il treno simboleggiava solo il totale annullamento della facoltà umana di scegliere.
Perchè con il treno si hanno solo due opportunità: prenderlo, e seguirlo fino a destinazione, anche se non è precisamente dove vorresti andare.
O perderlo, e rimanere fermo.
E a lei, a lei che amava le vie di mezzo, più per un'ansia di distinzione che per una morigeratezza di costumi, quel meccanismo di scelta costretta, di costi e benefici - se lo stava ripetendo da tre ore, ormai - non piaceva affatto.
Riguardò il tizio dagli occhiali scuri. Lo scrutò per un attimo, approfittando del suo perdersi nei fili terribilmente intrecciati delle cuffiette Sony da 80 euro.
Ed un secondo prima che lei potesse distogliere finalmente gli occhi, i loro sguardi si incrociarono.
"Hai voglia di parlare, vero?"
Un gesto automatico, ormai.
Come sorridere vedendo la neve. Come togliere e rimettere il tappo della penna nei momenti di noia. Come smettere di leggere quando bussano alla porta.
Come specchiarsi, quando si incontra una persona per la prima volta.
Perchè l'idea che avesse di lei potesse combaciare il più possibile con quella di chi le si stava avvicinando. Chiunque fosse. Soprattutto in quel tipo di situazione. Come ogni mattina.
Guardò la sua immagine riflessa. I capelli fuori posto, le occhiaie scavate, le labbra troppo carnose. Che a lei non dispiacevano, ma solo a lei.
Solo dopo aver terminato il suo piccolo, furtivo rito quotidiano, rivolse l'attenzione al suo nuovo amico porzione singola, come li chiamavano in un film che aveva guardato milioni di volte.
Occhiali neri, maglietta firmata.
Dalla vita in giù non riusciva a vederlo, ma avrebbe scommesso metà della sua borsa di studio su un paio di jeans strappati ma non troppo.
"Ciao."
"Ciao."
"Posso sedermi qui?"
"Fai pure."
Meglio lui di una settantenne che non ti fa studiare perchè si sente in bisogno di parlare del meteo, e delle sue rughe e della nipote che ti somiglia tanto e che proprio non riesce a trovarlo un posto fisso, anche se si è laureata con 110 e lode e ha fatto tre - come si dice, aiutami tu chè sei più giovane... "Master." Ecco, sì, dolcezza, master.
Meglio lui, decisamente, nonostante i jeans strappati ma non troppo.
Nel peggiore dei casi, avrebbe visto i suoi capelli troppo fuori posto, le occhiaie troppo scavate, le labbra troppo carnose, e l'avrebbe lasciata perdere.
La verità è che non le piaceva, il treno.
Un tempo le sembrava simbolo di indipendenza e libertà. Muoversi da sola, senza bisogno di essere accompagnata. Conoscere nuove persone. Poter persino parlare liberamente di se stessa, con la consapevolezza di non dover più reincontrare le persone con cui lo stava facendo.
Ma la bellezza è solo nella novità, e l'entusiasmo si spegne nello spazio di un attimo.
Non le piacevano le amicizie porzione singola, non le piaceva guardare il finestrino senza poter scorgere nulla. Non le piaceva la retorica delle rotaie che portano dappertutto, e della meccanica perfetta degli scambi, e dell'affascinante divisa del ferroviere, e dell'attaccamento alla pura macchina del personale di bordo.
Adesso, il treno simboleggiava solo il totale annullamento della facoltà umana di scegliere.
Perchè con il treno si hanno solo due opportunità: prenderlo, e seguirlo fino a destinazione, anche se non è precisamente dove vorresti andare.
O perderlo, e rimanere fermo.
E a lei, a lei che amava le vie di mezzo, più per un'ansia di distinzione che per una morigeratezza di costumi, quel meccanismo di scelta costretta, di costi e benefici - se lo stava ripetendo da tre ore, ormai - non piaceva affatto.
Riguardò il tizio dagli occhiali scuri. Lo scrutò per un attimo, approfittando del suo perdersi nei fili terribilmente intrecciati delle cuffiette Sony da 80 euro.
Ed un secondo prima che lei potesse distogliere finalmente gli occhi, i loro sguardi si incrociarono.
"Hai voglia di parlare, vero?"
12 gennaio 2011
Mirafiori, chè non riesco ad articolare
1- Attualmente, non ci sono modi per impedire a un'azienda di delocalizzare quando le conviene.
2- Un operaio italiano vale esattamente come un operaio polacco, o slavo.
3- Non accetto chi dice "Marchionne fa bene". Marchionne fa gli interessi del titolo in borsa. Questo non significa fare bene.
4- Non accetto chi dice "Marchionne potrebbe tagliare il suo stipendio". Non è tenuto a farlo.
5- Hanno ragione coloro che si scagliano contro il sistema della retribuzione dei manager, ma il discorso è lungo.
6- Se l'Italia ha storicamente dato aiuti economici alla FIAT, basando tutta la propria politica economica su Agnelli e co., non è la FIAT ad avere dei vincoli, ma noi a doverci mangiare le mani.
7- La turnazione di 10 ore è una cosa che nemmeno in Russia nell'800.
8- La FIOM fa una grandissima cazzata se non firma l'accordo, una volta passato il referendum.
9- Se "si entra troppo nella testa di Marchionne", è perchè, alla fine della fiera, è lui a decidere.
10- Vendola ha fatto bene ad andare davanti alla fabbrica.
11- Capisco il PD che non riesce a prendere una posizione. Capisco Bersani, capisco persino Veltroni e D'Alema. Non capisco, non posso capire, Renzi e il suo entusiasmo da "Marchionne è il più figo del mondo".
12- Chiunque parli di Mirafiori, prima, dovrebbe leggere questo articolo.
13- Coloro che dicono che chi vota no non ha "voglia di lavorare", e che gli operai sono in realtà dei privilegiati che fanno tanto casino per niente, sono persone con cui non avrei mai voglia di discutere seriamente.
14- Uno stato degno di questo nome, un governo degno di questo nome, cercherebbe di mediare tra le parti. Un capo del governo degno di questo nome non direbbe mai cose del genere.
15- La cosa migliore, in questo caso, non è la più giusta.
2- Un operaio italiano vale esattamente come un operaio polacco, o slavo.
3- Non accetto chi dice "Marchionne fa bene". Marchionne fa gli interessi del titolo in borsa. Questo non significa fare bene.
4- Non accetto chi dice "Marchionne potrebbe tagliare il suo stipendio". Non è tenuto a farlo.
5- Hanno ragione coloro che si scagliano contro il sistema della retribuzione dei manager, ma il discorso è lungo.
6- Se l'Italia ha storicamente dato aiuti economici alla FIAT, basando tutta la propria politica economica su Agnelli e co., non è la FIAT ad avere dei vincoli, ma noi a doverci mangiare le mani.
7- La turnazione di 10 ore è una cosa che nemmeno in Russia nell'800.
8- La FIOM fa una grandissima cazzata se non firma l'accordo, una volta passato il referendum.
9- Se "si entra troppo nella testa di Marchionne", è perchè, alla fine della fiera, è lui a decidere.
10- Vendola ha fatto bene ad andare davanti alla fabbrica.
11- Capisco il PD che non riesce a prendere una posizione. Capisco Bersani, capisco persino Veltroni e D'Alema. Non capisco, non posso capire, Renzi e il suo entusiasmo da "Marchionne è il più figo del mondo".
12- Chiunque parli di Mirafiori, prima, dovrebbe leggere questo articolo.
13- Coloro che dicono che chi vota no non ha "voglia di lavorare", e che gli operai sono in realtà dei privilegiati che fanno tanto casino per niente, sono persone con cui non avrei mai voglia di discutere seriamente.
14- Uno stato degno di questo nome, un governo degno di questo nome, cercherebbe di mediare tra le parti. Un capo del governo degno di questo nome non direbbe mai cose del genere.
15- La cosa migliore, in questo caso, non è la più giusta.
11 gennaio 2011
Dialoghi surreali
- Sei oltre San Francesco, te.
Ma alla fine perdonò il marito, acquistò popolarità e venne sconfitta di un nulla alle primarie del partito dei teodem per l'elezione del candidato-papa. Sconfitta da colui che, dopo aver sconfitto un vecchio martire che si era miracolosamente salvato dal rogo, sarebbe diventato il primo papa nero della storia.
- Ma sei sicuro?
- Guarda, ti evito tutta la storia dello scandalo delle indulgenze, della riforma del sistema purgatorio e della sconfitta di papa Barack-o Pietro II, come si era fatto chiamare-alle elezioni di medium terminis ( per la stampa locale un'apocalisse ). Ma solo perchè sarebbe troppo lungo raccontarla.
-Mi hai fatto scrivere "papa Verga" sul libro di letteratura.
- San Francesco mi piace tanto. Non aveva paura nemmeno dei lupi. Vorrei tanto riuscirci pure io.
- Sì, San Francesco era decisamente un figo. Peccato per la questione delle stimmate, lì si è commercializzato.- Dici?
- Per non contarte gli scandali sessuali con Santa Rita.- Ma non era Santa Chiara? Va beh, non gli si può dare nemmeno tutta la colpa, pover'uomo.
- Eh, infatti fu un brutto momento, per Santa Chiara.Ma alla fine perdonò il marito, acquistò popolarità e venne sconfitta di un nulla alle primarie del partito dei teodem per l'elezione del candidato-papa. Sconfitta da colui che, dopo aver sconfitto un vecchio martire che si era miracolosamente salvato dal rogo, sarebbe diventato il primo papa nero della storia.
- Ma sei sicuro?
- Guarda, ti evito tutta la storia dello scandalo delle indulgenze, della riforma del sistema purgatorio e della sconfitta di papa Barack-o Pietro II, come si era fatto chiamare-alle elezioni di medium terminis ( per la stampa locale un'apocalisse ). Ma solo perchè sarebbe troppo lungo raccontarla.
-Mi hai fatto scrivere "papa Verga" sul libro di letteratura.
31 dicembre 2010
Condivisione
Da che deriva la nostra solitudine? Il nostro bisogno di sentirci compresi?
A volte bisognerebbe chiederci quante cose facciamo realmente per noi e quante semplicemente per sentirci accettati.
Quanta parte del tempo sia davvero nostra, e quanto invece ne sprechiamo in azioni effimere, sconsiderate o, al più, inutili.
Quanto il miglioramento del nostro animo, la tensione verso l'alto sia sentita, e quanto invece ci serva al raggiungimento dell'unico scopo della nostra vita.
La condivisione.
Ne avevo già parlato, a suo tempo.
Ed è successo di nuovo, ieri.
Un signore che, sull'autobus, vedendomi intento nel "Così parlo Zarathustra", mi ha chiesto cosa stessi leggendo. Un sorriso, un commentino genere "certo che Nietzsche può essere un po' esagerato, a volte, ma scrive proprio bene", un'osservazione sulle traduzioni di un tempo che "potevano essere più complicate, ma come rendevano bene il testo".
Ecco, io non riesco a capire la soddisfazione che ce ne deriva.
Ogni volta.
Ogni volta che qualcuno si infila nostro piccolo limitato mondo.
Ogni volta che "troviamo casa nella mente di qualcuno".
Come se il solo piacere che derivi da ogni azione della nostra vita sia la condivisione.
(Non lo scambio, eh. Chè quello non solo è inevitabile ma costruttivo.
Per quanto legare persone e concetti alla lunga possa far male, ma questo è un altro discorso.)
Non lo scambio, dicevo, ma la condivisione. Il sentirsi appartenenti allo stesso gruppo. Avere gli stessi valori, gli stessi interessi. Credere nelle stesse cose. Sentire di avere lo stesso "Erlebnis".
Come se ogni certezza fuggisse nel momento in cui l'altro con cui relazionarsi non ci fosse più. Come se rimanesse solo il nostro sporco, inutile io.
Sì, sentiamo di avere bisogno di conferme.
E se non le abbiamo, il nostro mondo vacilla.
Come quando da piccoli ti spostavano la sedia e per un attimo tutte le leggi fisiche ti sembravano alterate, e non capivi come fosse possibile che tu stessi cadendo, proprio in quel momento, proprio lì.
Il continuo terremoto dell'io.
A volte bisognerebbe chiederci quante cose facciamo realmente per noi e quante semplicemente per sentirci accettati.
Quanta parte del tempo sia davvero nostra, e quanto invece ne sprechiamo in azioni effimere, sconsiderate o, al più, inutili.
Quanto il miglioramento del nostro animo, la tensione verso l'alto sia sentita, e quanto invece ci serva al raggiungimento dell'unico scopo della nostra vita.
La condivisione.
Ne avevo già parlato, a suo tempo.
Ed è successo di nuovo, ieri.
Un signore che, sull'autobus, vedendomi intento nel "Così parlo Zarathustra", mi ha chiesto cosa stessi leggendo. Un sorriso, un commentino genere "certo che Nietzsche può essere un po' esagerato, a volte, ma scrive proprio bene", un'osservazione sulle traduzioni di un tempo che "potevano essere più complicate, ma come rendevano bene il testo".
Ecco, io non riesco a capire la soddisfazione che ce ne deriva.
Ogni volta.
Ogni volta che qualcuno si infila nostro piccolo limitato mondo.
Ogni volta che "troviamo casa nella mente di qualcuno".
Come se il solo piacere che derivi da ogni azione della nostra vita sia la condivisione.
(Non lo scambio, eh. Chè quello non solo è inevitabile ma costruttivo.
Per quanto legare persone e concetti alla lunga possa far male, ma questo è un altro discorso.)
Non lo scambio, dicevo, ma la condivisione. Il sentirsi appartenenti allo stesso gruppo. Avere gli stessi valori, gli stessi interessi. Credere nelle stesse cose. Sentire di avere lo stesso "Erlebnis".
Come se ogni certezza fuggisse nel momento in cui l'altro con cui relazionarsi non ci fosse più. Come se rimanesse solo il nostro sporco, inutile io.
Sì, sentiamo di avere bisogno di conferme.
E se non le abbiamo, il nostro mondo vacilla.
Come quando da piccoli ti spostavano la sedia e per un attimo tutte le leggi fisiche ti sembravano alterate, e non capivi come fosse possibile che tu stessi cadendo, proprio in quel momento, proprio lì.
Il continuo terremoto dell'io.
27 dicembre 2010
L'idiota - parte 1 di 4
Il segreto della vita è non ripetere gli stessi errori.
Perchè il dolore, lo sai, porta alla conoscenza.
E la conoscenza porta alla felicità.
Perchè rileggere le vecchie parole non aiuta a superare.
Anzi, rinnova la sensazione di abbandono.
Perchè, mio caro principe Myskin, già abbandonato una volta ( e solo ora ne ricordo il motivo ), certe cose non hanno una ragione. Non esiste un motivo.
Nastas'ya Filippovna era davvero la donna più bella, la donna più pura, un angelo che ti avrebbe salvato. L'unica degna del tuo innocente e gioioso amore.
E tu eri davvero l'uomo giusto per lei. Quello che aveva sempre sognato.
E avreste davvero avuto una vita felice, mio caro principe Myskin, con il milione e mezzo di rubli della tua eredità, e non te ne sarebbe importato nulla di quegli inetti, stupidi, mediocri mortali che non capendo il tuo animo ti chiamavano "idiota".
Perchè idiota è chi idiota fa, avrebbe risposto un tuo alter-ego, 130 anni dopo, in uno dei film più belli che il mondo abbia creato.
E invece no, mio caro principe.
Nastas'ya non c'è più. Andata via, scappata con il vile Rogozin.
Senza ragione, senza una colpa.
E ora sei qui, a perdonare. Per il tuo animo meravigliosamente puro, scevro di ogni contaminazione.
Probabilmente troverai anche tu la tua felicità. Magari quella Aglaya sposerà la tua ricchezza, e riuscirai a fartela bastare.
Ma io, carissimo principe, della tua storia non voglio saperne più nulla.
Oscura mi rimarrà la tua sorte, come oscuro è il destino degli uomini giusti, liberi, che nulla pretendono, che nulla ottengono.
Non so se avrai Aglaya. Non mi interessa. Non voglio leggerlo.
La tua Nastas'ya non c'è più.
E perchè andare avanti, mio amato principe?
Perchè il dolore, lo sai, porta alla conoscenza.
E la conoscenza porta alla felicità.
Perchè rileggere le vecchie parole non aiuta a superare.
Anzi, rinnova la sensazione di abbandono.
Perchè, mio caro principe Myskin, già abbandonato una volta ( e solo ora ne ricordo il motivo ), certe cose non hanno una ragione. Non esiste un motivo.
Nastas'ya Filippovna era davvero la donna più bella, la donna più pura, un angelo che ti avrebbe salvato. L'unica degna del tuo innocente e gioioso amore.
E tu eri davvero l'uomo giusto per lei. Quello che aveva sempre sognato.
E avreste davvero avuto una vita felice, mio caro principe Myskin, con il milione e mezzo di rubli della tua eredità, e non te ne sarebbe importato nulla di quegli inetti, stupidi, mediocri mortali che non capendo il tuo animo ti chiamavano "idiota".
Perchè idiota è chi idiota fa, avrebbe risposto un tuo alter-ego, 130 anni dopo, in uno dei film più belli che il mondo abbia creato.
E invece no, mio caro principe.
Nastas'ya non c'è più. Andata via, scappata con il vile Rogozin.
Senza ragione, senza una colpa.
E ora sei qui, a perdonare. Per il tuo animo meravigliosamente puro, scevro di ogni contaminazione.
Probabilmente troverai anche tu la tua felicità. Magari quella Aglaya sposerà la tua ricchezza, e riuscirai a fartela bastare.
Ma io, carissimo principe, della tua storia non voglio saperne più nulla.
Oscura mi rimarrà la tua sorte, come oscuro è il destino degli uomini giusti, liberi, che nulla pretendono, che nulla ottengono.
Non so se avrai Aglaya. Non mi interessa. Non voglio leggerlo.
La tua Nastas'ya non c'è più.
E perchè andare avanti, mio amato principe?
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