Poi un giorno torni a casa, e sali sul treno e sai benissimo che ormai il treno è diventato uno di quei luoghi in cui è perfino banale avere una piccola esperienza carina.
Ti siedi di fronte a un signore sulla quarantina. Alto, probabilmente arabo, felpa bianca, un lettore mp3 molto vecchio e delle scarpe rotte.
E non ti saluta quando lo saluti, però ti sorride e allora capisci che non è colpa sua, che magari è stanco e non gli va di sforzarsi a parlare in una lingua che non è la sua.
Lui si alza poco prima che passi il controllore, con un tempismo perfetto, e comprendi in un attimo – ed è una certezza che nessuna prova potrebbe incrinare – che si è alzato perchè non ha il biglietto, e che deve arrivare necessariamente a Roma, e tifi tanto perchè non sia beccato.
Ti metti a leggere, allora, e andrebbe anche bene così se improvvisamente lui non tornasse, e subito accendesse il suo vecchio lettore mp3, cominciando ad ascoltare qualcosa che avresti tanta, tantissima voglia di sapere cosa sia, un po' per come picchietta gentilmente - con garbo quasi anglosassone - la mano sinistra sul tavolino e un po' per il suo sguardo sinceramente perso in qualcosa di decisamente più bello di un viaggio in treno con l'ansia che il controllore ti possa beccare.
Ti viene in mente di cominciare a scriverne, con la vaga e timorosa speranza che lui si interessi a te (nonostante la sua molto più interessante vita), che legga dal riflesso del finestrino quello che stai scrivendo, che ti sorrida di nuovo, che ti parli in un pessimo inglese di dove abbia imparato a suonare il piano e del pezzo che stava ascoltando. E che magari te lo faccia anche sentire, quel pezzo.
Certo, sai benissimo che non succederà, anche perchè intanto hai smesso di interessarti a lui per mettere giù le parole in un ordine che ti sembri decente, e questo rende ancora meno interessante la tua già non eccessivamente interessante compagnia, e lui è uno che sembra dire “interessante” molto spesso, nella sua ignota lingua.
E poi scende, anche prima di Roma. Probabilmente perchè sa che il controllore potrebbe passare di nuovo, perchè un regionale è più sicuro di un frecciabianca.
E alla fine ti guardi intorno, e non c'è più, e pensi una cosa molto banale: che alla fine i luoghi comuni prima di essere luoghi comuni sono delle tenui verità, che in treno si possono davvero avere molto facilmente delle piccole esperienze carine.
E che se Callimaco avesse avuto una tratta Cirene-Alessandria, altrochè Inno ad Artemide.
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7 dicembre 2011
2 agosto 2011
La gocciola che cade
Trovare conforto nella vaghezza del futuro per fuggire dalla propria esistenza. Dare una data, tracciare una linea sull’orizzonte dell’avvenire, sicuri che da quel preciso momento in poi il patire avrebbe finito una volta per tutte di trovare ragion d’essere.
In quell’istante, le membra avvolte in un gentile asciugamano, la sua linea era quella vasca.
Gustava già il bollore dell’acqua sul suo corpo inerme, nudo e gelido, l’attimo in cui la sua mente sarebbe stata completamente assorbita da quel delimitato e inoffensivo fuoco liquido, dove immergersi nell’atemporalità della perdizione.
Cercava di non seguire il solito iter della paura, tipicamente umano: prima i piedi, poi – dolcemente - le ginocchia, quindi il resto del flebile corpo. Non voleva abituarsi, ma divenire con un solo atto di iniziazione un tutt’uno con quell’acqua.
Era quindi solita gettarsi più rapidamente possibile. Tuffarsi, quasi, nonostante l’altezza della vasca non superasse i 60 centimetri.
Trasformare improvvisamente la sua essenza. Non come prodotto di una qualsivoglia azione, ma semplicemente identificando se stessa con quell’immanente calore, assolutamente provvisorio eppur sempre vivente e ricreabile.
Era minimo, il dolore che sentiva, rispetto alla delusione che – lo sapeva - sarebbe scaturita dagli istanti immediatamente successivi.
“Il fuoco vive la morte della terra e l’aria vive la morte del fuoco”, aveva letto in un passo che le aveva riportato alla mente questo suo rito quotidiano.
Corpo e animo si sarebbero abituati, estinta la vampa.
Una sensazione di minaccioso languore si sarebbe impadronita delle sue membra solo momentaneamente reattive, il tepore dell’abitudine avrebbe corroso quella mente che tutto aveva visto, che tutto aveva conosciuto, nella purificazione del bruciore.
C’era qualcosa di genetico, forse, in quell’avversione. Come nei secoli passati il putridume delle acque soleva portare epidemie, così avvertiva che quella brodaglia di se stessa nella quale sarebbe stata avvolta per la successiva mezz’ora l’avrebbe per l’ennesima volta infettata.
Già si vedeva sfogliare stancamente la rivista, cercando di bagnarla il meno possibile.
Già immaginava la schiuma afflosciarsi al tocco involontario delle sue dita, rivelando l’innaturale grigiore di quel fluido ormai innominabile.
Si ammirava chiudere gli occhi nell’atto di affogare tutto il corpo in apnea, ascoltando il ritmo naturalmente irregolare del suo cuore, avvertendo lo sporco invaderle i capelli.
Se era davvero simile a quello, lo stato fetale, doveva smettere di pentirsi di esser nata.
Si spogliò finalmente di ogni indumento, rivelando l’inconsistenza delle sue forme. Infilò il dito medio per controllare che la temperatura non fosse già scesa troppo, tanto da non toglierle almeno quel bagliore di infinito, e sprofondò.
In quell’istante, le membra avvolte in un gentile asciugamano, la sua linea era quella vasca.
Gustava già il bollore dell’acqua sul suo corpo inerme, nudo e gelido, l’attimo in cui la sua mente sarebbe stata completamente assorbita da quel delimitato e inoffensivo fuoco liquido, dove immergersi nell’atemporalità della perdizione.
Cercava di non seguire il solito iter della paura, tipicamente umano: prima i piedi, poi – dolcemente - le ginocchia, quindi il resto del flebile corpo. Non voleva abituarsi, ma divenire con un solo atto di iniziazione un tutt’uno con quell’acqua.
Era quindi solita gettarsi più rapidamente possibile. Tuffarsi, quasi, nonostante l’altezza della vasca non superasse i 60 centimetri.
Trasformare improvvisamente la sua essenza. Non come prodotto di una qualsivoglia azione, ma semplicemente identificando se stessa con quell’immanente calore, assolutamente provvisorio eppur sempre vivente e ricreabile.
Era minimo, il dolore che sentiva, rispetto alla delusione che – lo sapeva - sarebbe scaturita dagli istanti immediatamente successivi.
“Il fuoco vive la morte della terra e l’aria vive la morte del fuoco”, aveva letto in un passo che le aveva riportato alla mente questo suo rito quotidiano.
Corpo e animo si sarebbero abituati, estinta la vampa.
Una sensazione di minaccioso languore si sarebbe impadronita delle sue membra solo momentaneamente reattive, il tepore dell’abitudine avrebbe corroso quella mente che tutto aveva visto, che tutto aveva conosciuto, nella purificazione del bruciore.
C’era qualcosa di genetico, forse, in quell’avversione. Come nei secoli passati il putridume delle acque soleva portare epidemie, così avvertiva che quella brodaglia di se stessa nella quale sarebbe stata avvolta per la successiva mezz’ora l’avrebbe per l’ennesima volta infettata.
Già si vedeva sfogliare stancamente la rivista, cercando di bagnarla il meno possibile.
Già immaginava la schiuma afflosciarsi al tocco involontario delle sue dita, rivelando l’innaturale grigiore di quel fluido ormai innominabile.
Si ammirava chiudere gli occhi nell’atto di affogare tutto il corpo in apnea, ascoltando il ritmo naturalmente irregolare del suo cuore, avvertendo lo sporco invaderle i capelli.
Se era davvero simile a quello, lo stato fetale, doveva smettere di pentirsi di esser nata.
Si spogliò finalmente di ogni indumento, rivelando l’inconsistenza delle sue forme. Infilò il dito medio per controllare che la temperatura non fosse già scesa troppo, tanto da non toglierle almeno quel bagliore di infinito, e sprofondò.
8 febbraio 2011
Illumina
La riconobbe, nell'immensità dell'azzurro.
Quel maglioncino verde. Quello di un tempo. Quello orrendo, che non sopportava, e che pure amava alla follia.
Riconobbe il suo viso. I suoi occhi, più azzurri dell'azzurro che li circondava.
Era cambiata.
Dicevano che, in quello stato, tutto sembrava più pieno. Più colorato. Più vivo. E avevano ragione.
Era già diversa, ora.
Gonna da gitana. Capelli rossi, come non li aveva mai avuti.
Sembrava aspettasse.
Niente, in quel luogo, aveva un nome. Niente poteva essere descritto.
Niente era vero.
Anelli di concetti e azioni in un'interminabile catena.
Senza volontà. Senza scrupoli. Senza leggi.
Ormai la fissava da minuti. Vedeva in lei la propulsione. L'alfa, da cui tutto era partito, e da cui tutto avrebbe avuto un nuovo, meraviglioso inizio.
Forza genitrice, foga universale.
"Bisogna necessariamente perdersi, per ritrovarsi?"
"Evidentemente."
Aveva la bellezza dell'ossimoro. Quella che non aveva più intravisto, dopo quel giorno. Quella che gli mancava tanto.
Allora ne elencò quanti più era in grado di ricordarne.
Dolcissimo baratro. Inebriante imperfezione. Rosso spento.
Viva morte.
Lei sorrise. Prese una sigaretta, ne offrì una. E fumarono insieme, in silenzio.
L'immaterialità di quel fumo diede un metro di paragone al loro stato. Li definì. E li vinse.
Risero della loro passata imperfezione. Risero del loro sentirsi, ancora una volta, imperfetti.
Fluttuavano, e sentivano ancora il peso dei loro corpi.
A braccia aperte sull'infinito, videro la metafora della loro esistenza dissolversi nello splendente etere della nuova realtà.
Dell'eternità.
E risero ancora. Della loro miseria.
Quel maglioncino verde. Quello di un tempo. Quello orrendo, che non sopportava, e che pure amava alla follia.
Riconobbe il suo viso. I suoi occhi, più azzurri dell'azzurro che li circondava.
Era cambiata.
Dicevano che, in quello stato, tutto sembrava più pieno. Più colorato. Più vivo. E avevano ragione.
Era già diversa, ora.
Gonna da gitana. Capelli rossi, come non li aveva mai avuti.
Sembrava aspettasse.
Niente, in quel luogo, aveva un nome. Niente poteva essere descritto.
Niente era vero.
Anelli di concetti e azioni in un'interminabile catena.
Senza volontà. Senza scrupoli. Senza leggi.
Ormai la fissava da minuti. Vedeva in lei la propulsione. L'alfa, da cui tutto era partito, e da cui tutto avrebbe avuto un nuovo, meraviglioso inizio.
Forza genitrice, foga universale.
"Bisogna necessariamente perdersi, per ritrovarsi?"
"Evidentemente."
Aveva la bellezza dell'ossimoro. Quella che non aveva più intravisto, dopo quel giorno. Quella che gli mancava tanto.
Allora ne elencò quanti più era in grado di ricordarne.
Dolcissimo baratro. Inebriante imperfezione. Rosso spento.
Viva morte.
Lei sorrise. Prese una sigaretta, ne offrì una. E fumarono insieme, in silenzio.
L'immaterialità di quel fumo diede un metro di paragone al loro stato. Li definì. E li vinse.
Risero della loro passata imperfezione. Risero del loro sentirsi, ancora una volta, imperfetti.
Fluttuavano, e sentivano ancora il peso dei loro corpi.
A braccia aperte sull'infinito, videro la metafora della loro esistenza dissolversi nello splendente etere della nuova realtà.
Dell'eternità.
E risero ancora. Della loro miseria.
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