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2 settembre 2010

Nudisti - puntata 5 - Determinismo

Chè la filosofia, purtroppo, non è la mia materia preferita.
Non so se per colpa della mia professoressa, del mio libro, degli autori che ho studiato, della struttura del mio diavolo di cervello.
Non lo so. E’ che proprio non riesco ad appassionarmi al pensiero politico di Platone, alla teoria delle monadi, alla scommessa pascaliana.
Ehi, intendiamoci. Non è che non le studi, non è che non mi piacciano. E’ solo che non riesco ad appassionarmi.

E’ molto, molto più facile essere attratti dalla storia, ad esempio. Perché la storia, tutto sommato, è una grande favoletta. Dicono che la storia sia maestra di vita, dicono che serva a comprendere gli errori del passato per non sbagliare più nel futuro.
Stronzate. La storia è bella perché ci fa tifare. Per una parte o per l’altra.
Perché nella guerra 15-18 teniamo Italia e la vediamo vincere alla fine del paragrafo. Perché i rivoluzionari francesi l’hanno data su a quello stronzo di Luigi XVI, perché proviamo tanta compassione per i poveri operai inglesi del 1839.
Ma va beh, come al solito l’ho presa lunga.

La filosofia, dicevo, non è la mia materia preferita. Ma se affrontata in un certo modo, mi piace. Perché, a volte, anche la filosofia diventa favoletta. Perché, a volte, anche nella filosofia bisogna prendere posizione.
Credente o ateo? Pragmatista o idealista? Marxista o liberale? Relativismo o verità assoluta?
Prendiamo posizione, e cerchiamo di trovare nell’avversario il suo punto debole.
Tipo quella volta che cominciai a odiare profondamente Parmenide, trovando falle in ogni singola parola generata dal suo perverso pensiero. Contestando il fatto che un tizio che afferma di non dover seguire la strada della negazione definisca il suo stramaledettissimo “essere” solo per mezzo di litoti.
L’essere non è possibile che non sia. Non è mobile. Non è “due”. Non è mortale.
Mi sta sulle palle, Parmenide. Non ci posso far niente.
Comunque.

Il grande conflitto filosofico che da sempre mi appassiona un po’ di più è quello tra deterministi e fautori del libero arbitrio.
Ok, forse mi tocca dire cosa diavolo significhi “determinismo”. E Wikipedia docet abbastanza bene, in questo caso.
Il determinismo è l'idea che tutte le cose che accadono nel presente e nel futuro sono una conseguenza necessaria dagli eventi precedenti.
 
Io da piccolo ero determinista. Ancora non sapevo chi diavolo fossero Democrito, Lucrezio, Epicuro o Spinoza, ma condividevo perfettamente il loro pensiero.
Ero convinto che esistesse un universo per ogni singolo istante della nostra vita. Che esistessero milioni, miliardi di universi in cui vivere hinc et nunc. E che il tempo fosse solo il passaggio di una persona da un universo all’altro.
Con gli altri universi già scritti, ovviamente.

Pensavo che non importasse quale decisione si prendesse. Pensavo che – no – mettere i calzini di un colore piuttosto che di un altro non portasse a nessuna conseguenza vitale sugli altri.
E’ tutto già scritto. Punto.
Chè voi starete pensando: chissà che diavolo di tipo deve essere ‘sto cater3, se già a 10 anni si faceva ‘ste gran pippe mentali?
Avete ragione voi, ma dovete sopportarmi.

Comunque, poi ho cambiato idea.
Un po’ perché pensare che le cose succedono perché devono succedere e basta non è determinismo. E’ fatalismo. Un po’ perché vivere una vita pensando che non contino nulla le tue scelte non è facile. Soprattutto a 15 anni.

Però a me l’idea degli universi “hic et nunc” continua ad affascinarmi.
Perché, sì, ok.
Significa annullare il potere delle scelte, e eliminare in un secondo tutti gli stupidi preconcetti dell’homo faber fortunae suae.

Ma significa anche che tutti i momenti della nostra vita sono stati progettati per portare a qualcosa. Per portare a un singolo momento. Significa che tutti i tuoi 45 anni sono stati spesi per arrivare a quell’aumento di stipendio che sognavi da 25. Che tutti i tuoi 87 anni sono stati impiegati per arrivare a quel sorriso della tua nipotina. Che ogni singolo, lurido, istante della tua infelicità ti ha condotto a questo momento di massima gioia.

Che ogni film che hai visto, ogni libro che hai letto, ogni pagina che hai studiato.
Ogni festa in famiglia, ogni stupida canzonetta sentita, ogni chicco d’uva mangiato.
Ogni conversazione con sconosciuti su facebook, ogni trasmissione ascoltata, ogni pezzo da sei minuti scritto.

Ogni singolo momento della tua vita è servito a quelle due ore.
A quelle due ore di pura, infantile gioia.

Chè non esiste un termine migliore per definire questa sensazione.
Perché qualcuno potrebbe dire che è amore, ma non è la stessa cosa.

Due ore di assoluta perfezione. E tutta la vita per arrivarci.

28 agosto 2010

Nudisti - Puntata 4 - Identità 2


Gli ospiti di tuo padre o di tuo fratello a casa.
E’ un aspetto con cui un adolescente, che non può semplicemente prendere la macchina e fingere di non esistere per un pomeriggio, deve necessariamente confrontarsi.
Gli interminabili discorsi sull’ufficio o sull’università, gli stessi aneddoti divertentissimi raccontati almeno da 10 anni. E i sorrisini d’imbarazzo se quegli aneddoti riguardano te da piccolo, ovviamente.
Tu, che quella volta dicesti che l’agricoltura non rientrava proprio nelle tue attitudini, mentre aiutavi tuo padre a seminare dei pomodori.
Tu, che da piccolo eri allergico ai biscotti che piacevano a tuo fratello, e lui doveva sorbirsi gli insopportabili gran cereali.
Tu, che leggi sempre, leggi troppo. Che hai cominciato con Topolino, e poi sei passato alla Gazzetta dello Sport. E poi ai libri. E come studia, il mio Marco. Sempre a studiare.

I sorrisini, dicevo. Non esiste altro modo di reagire. Bisogna solo aspettare che si chiuda il discorso dei tuoi capelli lunghi e che si passi avanti, finalmente.

Perché se gli ospiti sono amici di tuo padre, c’è un motivo. Condividono un pezzo della loro storia, condividono ideali ( o almeno idee ), si trovano d’accordo sulla maggior parte dei giudizi intorno a ciò che ci circonda.  Hanno un Erlebnis – un vissuto - simile,per usare un termine abusato dalla mia professoressa di storia e filosofia, fissata con Husserl e con la fenomenologia in genere.

E tu che quell’Erlebnis non lo condividi, che non hai mai capito cosa significano alcune tradizioni, alcune usanze, che sei cresciuto a pane e Lost, che non sopporti i film western di seconda o terza scelta, che non ci vedi davvero nulla di male se qualcuno, una volta tanto, fuma marjuana. Tu, insomma, non puoi fare altro che sorridere. A tuo padre e all’ospite di turno.

Poi, certo, capita. Capita che una volta tanto l’ospite ti stupisca. Ti strappi una parola, perché si interessa – o finge di interessarsi – anche un po’ a te.
E allora magari, capita che in mezzo ai tanti discorsi su quel professore di Clinica Medica o di Parassitologia che ormai è morto, ma tutti se lo ricordano per quanto era insopportabile, ci scappi una domanda. In un accento pseudo napoletano francamente fastidioso, e che non saprei riprodurre, ma – cazzo – una domanda.

“Ti piace leggere, eh?”
“Sì, abbastanza.”
“Che libro stai leggendo, in questo periodo?”
“Diary. Di Chuck Palahniuk “
“Non lo conosco. Di dov’è?”
“ Americano.”
“Ah. Beh, magari lo cercherò.”

Capita che lo stesso ospite ti chieda anche cosa vorresti fare, tu, dopo il liceo.
“Eh, bella domanda.”
“Ma a te cosa piacerebbe?”
“Eh, bella domanda.”
“Possibile che non sai cosa vorresti fare?”
“Sì, che lo so. E’ che molto probabilmente non farò quello che voglio”.
“E perché?”
“Perché, maledizione, non siamo in uno stato che ci permette di farlo. Perché se vuoi fare Lettere non c’è nessuno che ti possa offrire uno stronzo di posto di lavoro. Perché puoi essere bravo quanto vuoi, ma non ce la farai mai. Anche se la tua massima aspirazione è circondarti da 20, 25 ragazzi urlanti. Per trovarne uno da incoraggiare a continuare, per migliorare gli altri. Per plasmare il futuro.”
“E non lo farai?”
“No, non lo farò. Dovrò trovare un compromesso.”
“Compromesso. Che brutta parola. A 17 anni dovresti fregartene, del compromesso. A 35 ci si deve pensare. Adesso dovresti essere più idealista.”

Idealista. Sognatore. Libero.

Sì, è così che dovrei essere.
Non dovermi preoccupare di nulla, se non di essere felice.
Inseguire il mio obiettivo, senza aver paura. Senza aver voglia di scappare per essere me stesso.
Ha ragione, l’ospite di mio padre. Cazzo, non dovrei preoccuparmi del futuro.
Perché il futuro, alla mia età, dovrebbe essere una promessa. Non una minaccia.

E allora adesso avrei voluto dirvi che da oggi in poi me ne fregherò. Che ho recepito il messaggio. Che migliorerò. Che inseguirò il mio sogno.
Avrei voluto riempire questi sei minuti di belle frasi, magari un po’ da luogo comune, ma belle frasi.
Del tipo che i sogni portano con sè un prezzo da pagare, ma lo pagherò volentieri per la loro bellezza e la loro intensità.
Del tipo che, all in all, la cosa più importante non è quanto il mondo ti dia. La cosa più importante è quanto tu possa dare al mondo.
Avrei voluto dirvi che la ricerca della felicità è più importante di qualsiasi obbligo morale nei confronti di te stesso, della tua famiglia, della tua patria.

Avrei voluto, ma non funziona così.
Ci pensavo giovedì scorso, quando Scorti, nel suo pezzo, aveva parlato di una libertà che siamo costretti a perdere, a una certa età.
Ma per molti di noi, per la maggior parte di noi, non funziona così.
Nessuno è realmente libero.
Perché ognuno di noi ha un erleibnis con cui confrontarsi. Ognuno di noi ha i propri “idola”, e oggi la finisco con le citazioni filosofiche, con cui convivere. Ognuno di noi ha il suo piccolo mondo da tenere a galla.

E tenerlo a galla, purtroppo, è il nostro schifosissimo dovere.

E cosa potevo fare, coperto com'ero
e appesantito dalla terra occidentale,
se non aspirare, e pregare per un'altra
nascita del mondo, con tutta Spoon River
sradicata dalla mia anima?

6 agosto 2010

Identità - NuDISti puntata 3


Scarica il pezzo in mp3

Identità.
Ecco, sinceramente non è una parola in cui credo molto.
A me sa tanto di fascismo. Nazionalismo. Di "Noi siamo i migliori, e perchè cambiare? Stiam bene così, no? Abbiamo le nostre usanze, ci viviamo decentemente. Abbiamo un'identità".
L'ego, il gruppo, la stessa famiglia, lo stato.
E chissenefrega del diverso.

Io non credo di riuscire a parlare obiettivamente di me, anche se poi è più o meno quello che tento di fare da tre settimane.
In ogni caso, se dovessi dare una definizione del mio minuscolo ego, direi che sono uno che ha voglia di ascoltare gli altri.
Perché  sono fondamentalmente egoista e cerco di migliorare me stesso. Perchè credo sia giusto così. Forse perché mi sentirei in colpa a fare altrimenti.
O forse, più semplicemente, perchè non credo che la mia identità sia importante e definita. Così importante e definita da permettermi di chiudermi e "ciao, amici, è stato bello".
Non sono di quelli si vestono di nero, borchiati, per dimostrare qualcosa. In camera, a parte uno sticker di Londra – peraltro rotto da mia madre -, qualche cd buttato nell’armadio e un paio di libri buttati alla rinfusa sul comodino, non ho nulla di mio.
E credo che in fondo sia giusto così.
O magari è solo perchè sono curioso. E se qualcuno mi parla di un libro, un pezzo di un gruppo giapponese degli anni 70 o una pizzeria, eh, non voglio fare l’intellettualoide da due soldi, io DEVO provare.
E se va male, non è così importante.

Però.
C'è sempre un maledetto però.

E' che a volte si ha voglia di farsi notare, banalmente.
Non avere voglia di ascoltare, ma di farsi ascoltare.
O forse, più semplicemente, di farsi capire.

E allora magari è stupido attaccare una spilletta dei Beatles o – peggio ancora - dei Modena City Ramblers allo zaino, o avere uno sticker di Londra in camera, o andare in giro con i capelli lunghi.
O magari è stupido leggere "Gente di Dublino" alle undici meno un quarto in pieno centro, davanti a quella specie di colonna dalle vaghe parvenze falliche che i Campobassani sono soliti chiamare “ monumento dei caduti, e la gente che ti passa davanti con una voglia matta di chiederti cosa cazzo tu stia facendo, a quell'ora, con quelle spille, con quei capelli e quel libro.
Magari è stupido. Anzi. Sicuramente è stupido. E me ne rendo perfettamente conto.
E la gente del resto non perde l’occasione di farti notare quanto tu sia stupido. Si paga a caro prezzo il nostro esporci all’attenzione degli altri. Magari vieni notato, ma nessuno vuole stare ad ascoltarti. Magari vieni ascoltato, ma nessuno ha davvero voglia di capirti. La verità è che la maggior parte delle persone ha la stessa apertura mentale di un prete degli anni ’50. Anche se proprio quelle persone hanno 20 anni, si ubriacano tutte le sere di musica orrenda e “un’altra pinà colada, prego” – non che abbia qualcosa contro le pina colada, intendiamoci – e vanno in discoteca e ascoltano David Guetta. O meglio. Forse proprio per questo motivo.
Intendiamoci, io non credo di essere migliore di loro. Probabilmente, se ne avessi l’opportunità, mi comporterei come loro. Probabilmente, in questo momento, io mi sto effettivamente comportando come loro, criticandoli.
Ma non è tanto questo il punto.
La gente magari te lo chiede, cosa cazzo tu stia facendo. Con quell’aria lì. Con l’aria di chi ha cose migliori da fare, con l’aria di saperne più di te. Con l’aria di “Vai a divertirti, te. Cosa ci fai qui?”
Non si è felici quando si capisce di essere diversi dalla maggior parte degli altri. Non migliori, eh. Assolutamente. Solo, un po’ diversi.
Ma quel momento lì. Quel momento in cui un signore sulla sessantina ti guarda, sorride, ti chiede cosa stai leggendo. Ti dice che quando aveva la tua età - e ormai sono passati tanti anni, giovanotto – anche lui aveva letto quel libro. E che quel libro, Gente di Dublino, lo ha segnato. Che Joyce è un grandissimo narratore, che fa riflettere, sognare, viaggiare. Che quel libro l’ha letto 3 volte, una volta per ogni fase della sua vita, e ogni volta gli era sembrato diverso, perché a ogni età si colgono aspetti diversi delle cose, perché le si guarda da diverse angolazioni, diversi punti di vista.  E che dovresti leggere anche l’Ulisse e Finnegans Wake. Perché sono ancora meglio, te lo assicura. Perché anche Joyce era andato via dalla patria, dall’Irlanda, da Dublino, dalla SUA Dublino, perché non era notato, perché non era ascoltato, perché non si sentiva capito. Come lui 40 anni fa non si sentiva capito. Come probabilmente tu – adesso, giovanotto -  non ti senti capito.
Quel momento, dicevo.
Quel momento in cui senti di aver trovato un posto, una casa, nel cuore ( anzi, va, diciamo nella mente ) di una persona con 40 anni più di te, ma più giovane di tutti gli altri che conosci.
Quel momento, quel preciso istante.
Quello vale una vita.

30 luglio 2010

NuDISti - Puntata 2 - Cose inutili


Chi mi conosce un po’ sa che ogni discorso più o meno serio che faccio prima o poi va a parare sulla mia formazione pseudo-cattolica.
Del resto, cerco di regolare ogni mia singola azione sull’avversione per tutto ciò che mi ricordi anche vagamente quel mondo lì.
Cos’è che Don Rocco non farebbe?
C’è stata una cosa, una cosa piccola – tutto sommato -, che prima di ogni dubbio filosofico o fastidio per le convenzioni mi ha spinto fuori da quel mondo.
Io andavo a messa con mia madre. Ero piccolo, avevo 7 anni, non andavo in giro da solo. E’ normale, no? Andavo a messa con lei e dovevo sorbirmi un’ora e mezo di parole che per me erano fondamentalmente senza senso, e azioni che mi erano vietate. Tipo mangiare quello strano foglio di pane. “Sì chiama ostia, Marco, ed è il corpo di Dio”. “Ok, mamma. E’ comunque un foglio di pane”.
Quell’ora e mezza, in ogni caso, per me non era così insopportabile. Un po’ perché c’era un buon odore di incenso – e all’epoca non ne ero ancora allergico – , un po’ perché avvertivo nell’aria un’atmosfera rilassata e tranquilla che mi dava sicurezza, un po’ – soprattutto – perché c’era una bambina più grande di me di un anno, con cui facevo catechismo insieme e che mi pare si chiamasse Noemi, che mi piaceva da morire.
Ma non è di questo che volevo parlare.
E’ che la parte finale della messa è progettata appositamente per farti desiderare di andar via il prima possibile.
Si comincia con il gesto di pace, e con l’agnello di Dio che togli i peccati del mondo.
Che poi bisognerebbe farci un discorsetto su quel “togli i peccati del mondo”, perché in latino “tollo” vuol dire “prendo su di me” e non “tolgo”.
Ma non volevo parlare nemmeno di questo, ovviamente.
Agnello di Dio, dicevo. Poi quella preghiera sulla mensa che ci basta solo una parola e io sarò salvato.
E la comunione.
Quella fila interminabile di vecchi, anziane signore, ragazze e uomini di mezz’età, con in sottofondo qualche orrendo brano cantato chitarra-voce da un chierichetto un po’ più sveglio degli altri, che si credeva Bob Dylan. Anche se io, allora, ovviamente non avevo idea di chi fosse, Bob Dylan.
La comunione. Finiva la fila e avevi l’impressione che fosse finito tutto.
E invece no. Perché Mancava la benedizione. O meglio, prima mezz’ora di annunci tipo “martedì sera alle 18.00 riunione in sagrestia con i cresimandi” e poi la benedizione.
Segno della croce. La messa è finita, andate in pace. Ite, missa est. Che poi significa “andate, il corpo di Cristo è stato mandato”, ma anche questo è un altro discorso.
 Insomma, arrivo al punto. Mia madre non andava mai via a quell’annuncio. Mai. Doveva aspettare che Bob Dylan finisse il suo “accompagnaci, o signore, sulle vie della speranza”, e dopo – solo dopo quei 3 minuti – con tutti che uscivano passandoci davanti, con Noemi che usciva passandomi davanti, accompagnata da quello stronzo che proprio non riuscivo a sopportare. E poi si poteva andare via.
Ecco. Io ho sempre detestato mia madre per quei tre minuti. E pregavo ogni volta il buon Dio affinchè Bob facesse solo un minuto e mezzo, prossima volta.
Poi, pian piano, crebbi.
Cominciarono i dubbi filosofici e i fastidi per le convenzioni e smisi di andare a messa.
E ora che sono passati 10 anni, e gioco a carte, e bevo vino, ripenso a quelle domeniche mattine.
Ripenso a Bob Dylan, a mia madre, allo stronzo. Ripenso a Noemi. Ripenso a quei tre minuti di odio profondo. E capisco quanto allora non capissi nulla.
Perché mia madre aveva ragione.
Perché l’obiettivo di una vita non è fare cose utili, ma essere felici.
E se qualcosa ti rende felice, ti fa stare bene ( perché è un’abitudine, perché ti ricorda qualcuno che hai perso, o – ancor di più – anche se non c’è un motivo vero, solo perché ti sembra giusto così ). Se qualcosa ti fa stare bene, non importa che abbia senso o meno. Va fatto.
E’ come guardare i titoli di coda di un film fino alla fine, è come leggere le postfazioni. E’ come aspettare il fischio alla fine di Sgt Pepper’s Lonely Hearts club band e quella voce che sembra dire “There never could be any other one”, oppure, al contrario, I fucked Superman”, secondo qualche assatanato convinto che i Beatles non fossero altro che bestie di Satana e che Paul ovviamente fosse morto nel ’66 in un incidente stradale, e sostituito da un poliziotto dell’Ontario, Canada, di nome Billy Shears.
Non c’è motivo, non aggiunge nulla, ma io lo faccio. Perché mi fa stare bene.
Scriveva Murakami, uno che mi farebbe riflettere ed emozionare anche con una lista della spesa, nel “La ragazza dello Sputnik”:
“Se mi è concessa un’osservazione banale, in questa vita imperfetta abbiamo bisogno anche di una certa quantità di cose inutili. Se tutte le cose inutili sparissero, sarebbe la fine anche di questa nostra imperfetta esistenza.”
Ha ragione lui. Aveva ragione mia madre.

29 luglio 2010

Vergognosa marchetta/3

Anche stasera torna NuDISti.

Si parlerà, con il buon Scorti e l'ottimo Assimo, di chitarristi, cose inutili e ristoranti nippo.

Se volete, ore 21:00. Radionation1.

23 luglio 2010

Cosa resta? nuDISti - puntata 1

http://www.badongo.com/file/23721584

Perché, alla fine, cosa resta?
E’ così che il mio professore di latino concluse la sua ultima memorabile lezione prima di andare via, in una soleggiata mattinata tardo-primaverile che non dimenticherò tanto facilmente.

Cosa resta, alla fine, nella memoria di una persona?

Un mio amico, un mio compagno di classe, uno dei più svegli, in realtà, rispose che di sicuro restano le cose eccezionali.

Lì per lì gli diedi ragione. Poi chiesi cosa fossero, per lui, le cose eccezionali e ovviamente non mi seppe rispondere.

Beh, allora ci pensai un po’ su.

E mentre il mio professore di latino continuò la sua ultima memorabile lezione prima di andare via, pensai che, alla fine, non rimangono le cose eccezionali. Rimangono le abitudini.

Perché tra 50 anni non ti ricorderai di quella particolare mattina di gennaio in cui hai baciato la tua ragazza dell’epoca prima di entrare a scuola. Ricorderai, piuttosto, l’abitudine di farlo.

Lo dissi al professore, cambiando esempio, ovviamente. Chè sì, era un grand’uomo, ma era pur sempre il professore di latino.

Scosse la testa e i suoi pochi capelli. Disse che forse avevo ragione, che sarebbe rimasta l’idea dell’abitudine. Ma disse anche che lui era alla ricerca di immagini particolari da avere per sempre fisse nell’ipotalamo, e non di un’idea astratta.

Sì, aveva ragione. E continuai a pensarci su. Chissà, probabilmente, alla fine, restano le prime volte. La prima volta che hai baciato la tua ragazza prima di entrare a scuola , la prima volta che hai giocato a calcetto il sabato pomeriggio, la prima volta che hai ascoltato la radio, la prima volta che sei andato a cinema il martedì sera, la prima canzone dei Pink Floyd che hai sentito.
 Non lo dissi, però. Lo tenni per me, convinto di aver scoperto il segreto della felicità. Il ricordo della prima volta di un’abitudine.

Non ci pensai, per un po’. Tornai ad ascoltare la memorabile ultima lezione prima di andare via, che in quel momento mi sembrava la cosa giusta da fare.

Tornato a casa, sotto la doccia, in uno di quei meravigliosi monologhi che sanno stupendamente di borotalco e shampoo alla camomilla, mi accorsi di avere torto.
Non è la prima volta, ad essere ricordata.
Probabilmente si può ricordare un bacio nella sua interezza, ma non una partita a calcetto o, ancor di più, un libro.

E allora, lì, sotto la doccia, tra il borotalco e la camomilla, arrivai alla mia conclusione. Sono precisi momenti, ad essere ricordati. Quei precisi momenti che ci hanno fatto “prendere un abitudine”. Quei momenti che ci spingono ad andare avanti, quando – per un attimo – ci stanchiamo della nostra routine.

E allora resta il sapore di caffellatte della tua ragazza e il vocio dei ginnasiali intorno a te, resta quel tiro imparabile all’incrocio del tuo primo sabato pomeriggio calcettistico, quella particolare parola detta da quel conduttore dall’accento milanese che finirà per impadronirsi delle tue domeniche pomeriggio, quello sguardo di Jack Nicholson, quel colpo di tosse catarrosa all’inizio di Wish you were here.

Oppure quella pagina, che ti ha spinto a prendere l’abitudine di avere un libro sul comodino.

Quella pagina letta in uno strano libro dalla copertina bianca, dal titolo piuttosto banale, scritto da un tizio che – prima d’allora – non avevi mai sentito nominare.

Quella pagina diceva, più o meno:

Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche parte e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

Il tizio era Jerome David Salinger.
Il libro, quel libro, ormai l’avrete capito, era Il giovane Holden.

22 luglio 2010

Vergognosa marchetta/2

Io dico: uscite.
Fate altro.
Chiamate qualche amico che non vedete da dieci anni e chiedetegli di fare qualcosa.
Catalogate libri di quattordicenni.
Andate a mangiare qualcosa fuori. Pizza e birra.
O andate a ubriacarvi, se vi piace l'idea.
Andate al cinema, a vedere Toy story.
O, se siete negli States, Inception, che pare sia il più bel film del decennio.
Sul serio, uscite.

Se però stasera - dalle 9.00 alle 10.00 - non avete davvero nulla da fare, sappiate che comincia nuDISti.

E poi vedete voi...