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19 agosto 2010

Shave responsibly


 Via Nomfup

24 giugno 2010

4-6 6-3 7-6 6-7 59-59

Ecco. A chi la fortuna di vedere qualche partita di tennis, sarà sicuramente capitato di dover rispondere alla fatidica domanda .
"Ma, senti un po'... quanto dura, una partita?".

Il tennis è come il cricket, o come la pallavolo di una quindicina di anni fa, prima che il rally system rovinasse tutto.

"Guarda, non c'è una risposta precisa... In teoria anche una settimana."

Perchè la filosofia del tennis è che, se vuoi vincere, devi dimostrare di essere il più forte. Anche quando l'avversario batte a 200 all'ora e devi rispondere.
E allora devi distanziarlo di 2 game.
No way.

Altrimenti si va avanti, fin quando uno dei due giocatori cede. Fin quando uno dei due si dimostra più forte.

Nel 1970 si accorsero, però, che continuare con questo sistema di punteggio voleva dire costringere il pubblico a sorbirsi partite di 5-6 ore.
Che può essere spettacolare una volta, due volte. Tre volte.
Ma alla lunga stanca.

Allora, a West Side, decisero di trovare un modo per risolvere la questione.
Si può dimostrare di essere i più forti anche in un mini game da 7 punti in cui si cambia battuta ogni 2 turni.

E da allora le partite possono ancora teoricamente durare all'infinito (anche nel tie-break bisogna dare due punti all'avversario) ma i tempi si sono, in media, maledettamente ristretti.

Ed è così in tutti i tornei, compresi gli slam.

Ma.
C'è un "ma".

Ma a Wimbledon, Parigi e Melbourne, nel quinto set, niente soluzioni di sorta.
Qui si gioca a tennis, e vince il più forte. Vince chi dà due game all'avversario, e basta.
No way.

E allora può capitare di vedere due giocatori conosciuti solo da chi è nel giro (Mahut e Isner) arrivare al quinto ( 4-6 6-3 7-6 6-7 ), dopo 2 ore e mezzo di gioco, e darsene di dritto, di rovescio e soprattutto di volèe per altre 6.

Adesso sono sul 59-59.
E ricominciano alle 3.

E non ci sarà nessuna monetina, nessuna differenza game, nessuna classifica avulsa a risolvere la questione tra quei 2.
Nel tennis devi dimostrare di essere il più forte.
No way.

5 giugno 2010

Brava, brava, brava

Lo show finale faceva tanto italietta.

E' stato bello, comunque, Francè.


E forse avrei dovuto tenermi questo discorsetto per oggi.

1 maggio 2010

The importance of seeing Ernests

Il tennis è uno sport strano.

Fateci caso.

Vi capiterà di sentire 10 commentatori al giorno che vi diranno che il calcio è una delle più belle metafore della vita, o che ogni secondo - nel basket - è il secondo più importante , o che andare allo stadio e assistere a una partita ha la stessa funzione catartico-dionisiaca di una tragedia di Sofocle o Euripide.

Li avete sentiti, vero?

Beh, del tennis nessuno dice nulla.

Perchè il tennis, tutto sommato, ai più sta sulle palle.

Un po' per il sistema di punteggio così complicato, un po' perchè è fondamentalmente uno sport da fighetti, con quelle magliette azzurrine e linde e i pantaloncini rigorosamente bianchi, un po' perchè alle Olimpiadi nessuno se ne ricorda, un po' perchè da sempre quelle ridicole racchette e quel "poff, poff" sono i segni di riconoscimenti di una classe dirigente incompetente e con la puzza sotto il naso.

Ma c'è un altro motivo per cui il tennis sta sulle palle, ai più, ed è questo.
Nel tennis non puoi difendere.
Sei avanti 1-0 5-0? Non importa. Non puoi pensare di aver già vinto, assolutamente. Certamente avere un set di vantaggio è meglio rispetto a dover recuperare, ma è completamente diverso da avere cinque gol più dell'avversario e 10 minuti da giocare o 20 punti e 3 minuti. Nel tennis, nessun ragionamento in chiave puramente conservativa può essere adottato. Niente catenaccio, niente aspettare i giri dell'orologio. Devi giocare, fare i tuoi punti, rischiare per arrivare a vedere quel maledetto 6 sul tuo tabellone.

E' per questo che il tennis non è una metafora della vita. Il tennis è una metafora di quello che credi sia la vita a 7 o 8 anni. E quando capisci che, fuori dalla terra rossa, il più delle volte conviene stare zitto, e guardare l'orologio e giocare in difesa, allora arrivi ad odiare lo sport, quello sport che credevi ti avesse insegnato così tanto.

Nonostante i commentatori, comunque, e nonostante la metafora della vita, i pantaloncini lindi e le magliette azzurrine, nonostante quelle ridicole racchette, nonostante tutto questo e nonostante il concertone, io oggi ho visto la partita.

E quel lettone lì - che giocava come vive un bambino di 7 anni, ignaro della legge del più forte e dell'ingiustizia del "vinca il migliore" - a me è entrato nel cuore.