30 agosto 2010

28-08 / 30-08

Io credo di aver voglia di scrivere.
Fare uno di quei post lunghi, un po' complicati, molto tardoalescenziali.
Formato Moccia. Formato Jack Frusciante. Formato Holden Caulfield.
Con molte meno pretese, eh.

Vedi anche "post criptico che in due leggono fino alla fine".
Altrimenti detto "sfogo".

Ne avrei dannatamente voglia.

Mettermi a tavolino.
Magari con una penna stilografica.
Prendere un paio di fogli dalla stampante, chè sembra sempre di aver scritto tanto, se non ci sono le righe.
Spiegare a quei tre pazzi dalla incommensurabile pazienza come io mi senta.

Come sia possibile che in due giorni io creda di essere così profondamente cambiato.
Spiegarlo a me stesso.

Vedi anche "sicurezza".
Altrimenti detta "sentirsi bene".

Diceva Murakami. O meglio, un personaggio di Murakami.
Perchè è così imperativo per me scrivere? La ragione è semplice. Perchè per pensare a qualunque cosa ho bisogno di metterla prima di tutto per iscritto.

Vero. Tremendamente vero.

Ma tutto questo bisogno di pensare, io - al momento - non riesco ad averlo.
Non c'è tutto questo gran bisogno di pensare, quando si vive.

29 agosto 2010

Pensiero profondo del pomeriggio / Chè oggi gira un po' così

La cosa migliore non è mai la cosa più giusta.

28 agosto 2010

Nudisti - Puntata 4 - Identità 2


Gli ospiti di tuo padre o di tuo fratello a casa.
E’ un aspetto con cui un adolescente, che non può semplicemente prendere la macchina e fingere di non esistere per un pomeriggio, deve necessariamente confrontarsi.
Gli interminabili discorsi sull’ufficio o sull’università, gli stessi aneddoti divertentissimi raccontati almeno da 10 anni. E i sorrisini d’imbarazzo se quegli aneddoti riguardano te da piccolo, ovviamente.
Tu, che quella volta dicesti che l’agricoltura non rientrava proprio nelle tue attitudini, mentre aiutavi tuo padre a seminare dei pomodori.
Tu, che da piccolo eri allergico ai biscotti che piacevano a tuo fratello, e lui doveva sorbirsi gli insopportabili gran cereali.
Tu, che leggi sempre, leggi troppo. Che hai cominciato con Topolino, e poi sei passato alla Gazzetta dello Sport. E poi ai libri. E come studia, il mio Marco. Sempre a studiare.

I sorrisini, dicevo. Non esiste altro modo di reagire. Bisogna solo aspettare che si chiuda il discorso dei tuoi capelli lunghi e che si passi avanti, finalmente.

Perché se gli ospiti sono amici di tuo padre, c’è un motivo. Condividono un pezzo della loro storia, condividono ideali ( o almeno idee ), si trovano d’accordo sulla maggior parte dei giudizi intorno a ciò che ci circonda.  Hanno un Erlebnis – un vissuto - simile,per usare un termine abusato dalla mia professoressa di storia e filosofia, fissata con Husserl e con la fenomenologia in genere.

E tu che quell’Erlebnis non lo condividi, che non hai mai capito cosa significano alcune tradizioni, alcune usanze, che sei cresciuto a pane e Lost, che non sopporti i film western di seconda o terza scelta, che non ci vedi davvero nulla di male se qualcuno, una volta tanto, fuma marjuana. Tu, insomma, non puoi fare altro che sorridere. A tuo padre e all’ospite di turno.

Poi, certo, capita. Capita che una volta tanto l’ospite ti stupisca. Ti strappi una parola, perché si interessa – o finge di interessarsi – anche un po’ a te.
E allora magari, capita che in mezzo ai tanti discorsi su quel professore di Clinica Medica o di Parassitologia che ormai è morto, ma tutti se lo ricordano per quanto era insopportabile, ci scappi una domanda. In un accento pseudo napoletano francamente fastidioso, e che non saprei riprodurre, ma – cazzo – una domanda.

“Ti piace leggere, eh?”
“Sì, abbastanza.”
“Che libro stai leggendo, in questo periodo?”
“Diary. Di Chuck Palahniuk “
“Non lo conosco. Di dov’è?”
“ Americano.”
“Ah. Beh, magari lo cercherò.”

Capita che lo stesso ospite ti chieda anche cosa vorresti fare, tu, dopo il liceo.
“Eh, bella domanda.”
“Ma a te cosa piacerebbe?”
“Eh, bella domanda.”
“Possibile che non sai cosa vorresti fare?”
“Sì, che lo so. E’ che molto probabilmente non farò quello che voglio”.
“E perché?”
“Perché, maledizione, non siamo in uno stato che ci permette di farlo. Perché se vuoi fare Lettere non c’è nessuno che ti possa offrire uno stronzo di posto di lavoro. Perché puoi essere bravo quanto vuoi, ma non ce la farai mai. Anche se la tua massima aspirazione è circondarti da 20, 25 ragazzi urlanti. Per trovarne uno da incoraggiare a continuare, per migliorare gli altri. Per plasmare il futuro.”
“E non lo farai?”
“No, non lo farò. Dovrò trovare un compromesso.”
“Compromesso. Che brutta parola. A 17 anni dovresti fregartene, del compromesso. A 35 ci si deve pensare. Adesso dovresti essere più idealista.”

Idealista. Sognatore. Libero.

Sì, è così che dovrei essere.
Non dovermi preoccupare di nulla, se non di essere felice.
Inseguire il mio obiettivo, senza aver paura. Senza aver voglia di scappare per essere me stesso.
Ha ragione, l’ospite di mio padre. Cazzo, non dovrei preoccuparmi del futuro.
Perché il futuro, alla mia età, dovrebbe essere una promessa. Non una minaccia.

E allora adesso avrei voluto dirvi che da oggi in poi me ne fregherò. Che ho recepito il messaggio. Che migliorerò. Che inseguirò il mio sogno.
Avrei voluto riempire questi sei minuti di belle frasi, magari un po’ da luogo comune, ma belle frasi.
Del tipo che i sogni portano con sè un prezzo da pagare, ma lo pagherò volentieri per la loro bellezza e la loro intensità.
Del tipo che, all in all, la cosa più importante non è quanto il mondo ti dia. La cosa più importante è quanto tu possa dare al mondo.
Avrei voluto dirvi che la ricerca della felicità è più importante di qualsiasi obbligo morale nei confronti di te stesso, della tua famiglia, della tua patria.

Avrei voluto, ma non funziona così.
Ci pensavo giovedì scorso, quando Scorti, nel suo pezzo, aveva parlato di una libertà che siamo costretti a perdere, a una certa età.
Ma per molti di noi, per la maggior parte di noi, non funziona così.
Nessuno è realmente libero.
Perché ognuno di noi ha un erleibnis con cui confrontarsi. Ognuno di noi ha i propri “idola”, e oggi la finisco con le citazioni filosofiche, con cui convivere. Ognuno di noi ha il suo piccolo mondo da tenere a galla.

E tenerlo a galla, purtroppo, è il nostro schifosissimo dovere.

E cosa potevo fare, coperto com'ero
e appesantito dalla terra occidentale,
se non aspirare, e pregare per un'altra
nascita del mondo, con tutta Spoon River
sradicata dalla mia anima?

26 agosto 2010

Ripiegare sui remainder

Capita che un'associazione ti rubi l'anima e il corpo per un mese.
Capita che alcune belle persone ti entrino dentro e scavino fino a trovare un minuscolo - ma importantissimo - spazio dentro di te, da sempre ostile ai cambiamenti, da sempre ostile alle emozioni.
Capita di stare sotto il sole per 12 ore, di tornare stanco a casa. Di non saper conciliare i tuoi interessi con quelli degli altri, e scegliere di lasciar perdere te stesso.

Capita di non riuscire più a leggere. Dopo 8 mesi e 67 libri.

E allora a quel punto che puoi fare, se non inserire su aNobii l'ennesimo ISBN di Palahniuk? Da divorare dopo i pasti. Nel poco tempo a dispozione.

Pigmeo.
Pigmeo si chiama quel libro.

Ecco, non leggete MAI Pigmeo prima di Fight Club, o di Survivor, o di Invisible Monster.
Non leggetelo mai.
Perchè rimarreste pietrificati e abbandonereste quel geniaccio prima di arrivare a pagina 18.
E non leggetelo appena tornati da scuola, o da lavoro. Altrimenti la vostra avventura finirà a pagina 34.
Parlo per esperienza personale.

Io penso che per leggere una cosa tipo "Inizia qui diciassettesimo resoconto di operativo me, agente numero 67, in arrivo a struttura distribuzione propaganda di religione di città ______ . Sabbath ______ . Denominazione: _______. A scopo cronaca: diavolo Tony ripete di assente, iniziale pubblica apparizione di questo agente dal debaclè di falso Nazione Unita" ci voglia tanto coraggio, tanto tempo, -10° gradi al sole, tanta pazienza.

E io sono un povero pavido superstraimpegnato senza pazienza che muore di caldo.
Purtroppo.

Allora capita di prendere quei libri comprati tanto tempo fa, remainder. Su IBS. Per raggiungere la quota di sconto.
Quei saggetti da 2 soldi, che non valgono di più, ma sempre meglio leggerli.

E capita di trovarti davanti ad Amos Oz, chè fino a ieri non sapevi nemmeno chi fosse.

Il libretto si chiama "Contro il fanatismo".
E' un elogio del compromesso, parola tanto abusata tanto odiata, per quanto mi riguarda.
In ogni caso, è un punto di vista interessante sulla guerra tra Israele e Palestina.
Ed è l'unico libro del mondo in cui potete trovare un "in fondo Bin Laden ci ama".

Leggetelo.
Anche perchè, in fondo in fondo, sono cinque euro...

24 agosto 2010

Da quando c'è il mercatino

- So cos'è la ALI
- Non leggo più un libro
- Non traduco più
- Non gioco più con l'X-Box
- Sono a casa solo per dormire
- Mangio panini assurdi "caciotta, tonno, melanzane"
- Non vedo più film
- Non so una mazza di fantacalcio
- Non esco più con gli amici
- La mia bacheca facebook è invasa da messaggi
- Mi sveglio alle 6.50
- Muoio di caldo
- L'unico svago sono gli autogavettoni pomeridiani
- Non scrivo più sul blog
- Non vivo più

- Mi sento bene

22 agosto 2010

I must

Io odio i compiti in classe. Le interrogazioni.
"Sai che novità", direbbero i miei 3 lettori.
Avete ragione anche voi, ma una piccola parentesi ci vuole.

Amo la scuola, stare insieme a 24 ragazzi della mia stessa età per mezza giornata, apprendere, discutere.
Crescere, sotto un certo punto di vista.

Però.

Però ci sono i compiti in classe. Le interrogazioni.
Le verifiche.
Perchè il concetto è sempre quello. Dobbiamo controllare come cresci, cosa apprendi. Dobbiamo starti dietro.
Mica possiamo lasciarti credere che la vita poi sia così facile.
Mica devi crescere.
Devi studiare. Inglobare concetti e regolette, saperli applicare.

Odio i compiti in classe, le interrogazioni, perchè a volte mi fanno odiare qualcosa che amo.

E sono molti, i professori a pensarla come me.
Alcuni te lo fanno notare, altri no.
Alcuni concepiscono il momento della verifica come un ripasso.
Altri se ne fregano.
Devono farlo. Lo fanno. Ma si vede che la loro mente propenderebbe verso altro.

Verso lo stare con 25 ragazzi più giovani per cambiarli. Per migliorarli. Per discutere.
Per farli crescere, sotto un certo punto di vista.

Comunque.

Ci sono diversi gradi di odio per le verifiche.
Vuoi mettere un tema d'italiano con un' interrogazione di storia?
Una versione di latino con biologia?
Un colloquio di filosofia con un compito d'inglese?

I compiti d'inglese.
Eh, sì. I compiti d'inglese.

Perchè all'odio verso il compito in sè, lì si aggiunge anche l'odio verso il modo in cui sono insegnate le lingue.
Perchè a scuola non si insegna l'inglese, ma - se tutto va bene - le regolette dell'inglese.

Si dice "if I were", non "if I was". E se dici "if I was" è l'errore più grande della tua vita.

Bullshit.

Sì, ok. In teoria la forma corretta è "if I were".
Ma solo le vecchiette di 65 anni, in testa classico cappello piume-frutta, vestitino arzigogolato sixty-five pounds Harrods, effettivamente lo dicono.

O tutte quelle inutili differenze tra present perfect e present perfect progressive. Chè "I have lived" o "I have been living" non significa la stessa cosa, secondo loro.

In ogni caso.
C'è una regoletta inutile dell'inglese che, nonostante tutto, mi piace.
Ed è quella relativa al "dovere".

Must.
Have to.

Perchè, secondo le professoresse d'inglese delle medie e qualche omino formato "accademia della crusca oxfordiana", c'è una differenza.
"Must" indica un dovere morale. "Have to" qualcosa di imposto dall'esterno.

Ecco, questa cosa mi ha sempre affascinato.
Perchè molto probabilmente, se in inglese non ci fosse questa sfumatura, io non c'avrei pensato.
Che ci sono due forme di "dovere", intendo.

Che ci sono i "must" e gli "have to".

E che dovremmo cercare di riempire la nostra vita di "must". Di "I must".
Rifiutare tutti gli "have to" del caso, e concentrarsi solo su ciò che riteniamo giusto. Su ciò che dobbiamo fare perchè sentiamo di dover fare.

And fuck all the bloody rest, aggiungerebbero i britannici.
(Ma non la prof. delle medie, ovviamente.)

21 agosto 2010