Lì, distesi sulla sabbia, guardavano le onde agitarsi sul lungomare delle loro tempeste interiori, alternando mugolii di sonno a fitte mura di parole in libertà.
Discorrevano da più di un'ora, ormai, gli occhi su quel blu dipinto di nero che è il mare notturno, lontani da ogni giovanile falò, lontani dal fuoco di quelle gioiose sere di luglio che non potevano -ora- non tornare alla memoria, datate come una fotografia di Degas.
La sua leggera camicetta a pois stonava con il fascino decadente di un'atmosfera che - se solo avessero voluto - avrebbero facilmente potuto riempire di importanza, trovando in essa lo spunto iniziale, lo slancio per la fine.
Lei non voleva. Adagiata sui suoi soliti discorsi, trascinava stancamente la conversazione, cercando in lui più un appoggio che un interlocutore.
Era incredibile, come si fossero ridotti a quel punto. A parlare del cane della sorella, delle buste della spesa, del regalo per il prossimo compleanno della nipotina. Sotto quelle stelle. Di fronte a quel nero che solo lui sembrava trovare ineluttabile, etereo.
Lo avvertiva, lo sentiva. Vedeva -al di là della profondità del suo sguardo- la netta sensazione della fine. E continuava, proprio per questo motivo. Ora il meteo, addirittura.
La pioggia che avrebbe ulteriormente ingrossato quelle onde. Le nuvole, presto a ricoprire la luna.
Luna, sua compagna di viaggio. Non poteva non indugiare in quel pensiero. Nel "come è possibile". Le immagini richiamate alla memoria lo spingevano nella primavera della loro amicizia, in quelle appassionate e feconde discussioni sul circostante, sull'artificiosità della realtà, la loro personalissima critica all'altrui ragione.
Erano corpo unico, allora, i cui organi si prendevano una pausa dai regolati meccanismi del loro funzionamento, in un meditato confronto da cui trarre nuova, pura linfa vitale.
Spalancò le narici alla salsedine, cercando di non lasciarlo intendere. Lo vedeva annuire, nella maschera che copriva il suo meditabondo riflettere. No, naturalmente non la stava ascoltando. Non che volesse essere realmente sentita.
"Come se il nostro mondo si frapponesse, ora, tra i nostri animi e i rispettivi oggetti del desiderio. Senza quella dionisiaca forza trascinante, impeto furibondo, che un tempo ci appagava. E senza la possibilità di accontentarci dell'apollinea caricatura di noi stessi, forma impressa a nostra immagine e somiglianza, eppur forma, forma!"
Cercò di farlo sorridere menzionando l'uomo incontrato al bar, e il suo cappello assurdo.
"Assurdo, assurdo... Come il traffico alle tre di notte, come un buon consiglio. Come starmene qui, a parlare con una sconosciuta, dietro il filtro che abbiamo dovuto mettere alle nostre essenze, rendendole tristemente imperfette."
Non annuiva nemmeno, ora. Capiva di averlo perso definitivamente, sentiva di non poter più far nulla per trattenerlo, con la sua misera diatriba sui colori di quel borsalino.
Eppure, qualcosa lo legava. Qualcosa lo avvolgeva. "L'intimità, non perchè renda necessariamente felici, ma perchè necessaria."
Le strinse la mano, sentendola andar via.
10 luglio 2011
1 marzo 2011
1567262
C'è quella vecchia questione del futuro, no?
Che esula un po' dal "cosa vuoi fare di grande?" di fanciullesca memoria. Che non c'entra niente con le utopie.
Perchè - stringi stringi - l'unica cosa che ci interessa è il nostro destino.
Magari il nostro destino di "persone impegnate a salvare il mondo", eh.
Ma comunque il nostro destino.
Quella vecchia questione della scelta tra sicurezza e passione. Tra lavoro e studio.
Chè sono tempi difficili, signora mia, e poi 'sti giovani d'oggi che non vogliono più fare gli idraulici.
In parte vero (e meno male), in parte no.
E allora eccoci qui.
A guardare il diagramma di flusso della nostra vita.
Inizio
Percorsi obbligati.
Scelte.
No? Riparti da capo.
Sì?
Fine.
Rimpiangendo il percorso.
Secondo quel vecchio luogo comune per cui il vero scopo del viaggio è viaggiare.
Rimpiangendo quella miopia del futuro che tanto amavamo.
Che non ci permetteva di distinguere colori, limiti e forme. Che, immobili nella vaghezza del circostante, ci dava sicurezza.
Con la consapevolezza che la scelta è solo la fottutissima distruzione di meravigliose possibilità.
Altrochè Kierkegaard.
Che esula un po' dal "cosa vuoi fare di grande?" di fanciullesca memoria. Che non c'entra niente con le utopie.
Perchè - stringi stringi - l'unica cosa che ci interessa è il nostro destino.
Magari il nostro destino di "persone impegnate a salvare il mondo", eh.
Ma comunque il nostro destino.
Quella vecchia questione della scelta tra sicurezza e passione. Tra lavoro e studio.
Chè sono tempi difficili, signora mia, e poi 'sti giovani d'oggi che non vogliono più fare gli idraulici.
In parte vero (e meno male), in parte no.
E allora eccoci qui.
A guardare il diagramma di flusso della nostra vita.
Inizio
Percorsi obbligati.
Scelte.
No? Riparti da capo.
Sì?
Fine.
Rimpiangendo il percorso.
Secondo quel vecchio luogo comune per cui il vero scopo del viaggio è viaggiare.
Rimpiangendo quella miopia del futuro che tanto amavamo.
Che non ci permetteva di distinguere colori, limiti e forme. Che, immobili nella vaghezza del circostante, ci dava sicurezza.
Con la consapevolezza che la scelta è solo la fottutissima distruzione di meravigliose possibilità.
Altrochè Kierkegaard.
14 febbraio 2011
8 febbraio 2011
Illumina
La riconobbe, nell'immensità dell'azzurro.
Quel maglioncino verde. Quello di un tempo. Quello orrendo, che non sopportava, e che pure amava alla follia.
Riconobbe il suo viso. I suoi occhi, più azzurri dell'azzurro che li circondava.
Era cambiata.
Dicevano che, in quello stato, tutto sembrava più pieno. Più colorato. Più vivo. E avevano ragione.
Era già diversa, ora.
Gonna da gitana. Capelli rossi, come non li aveva mai avuti.
Sembrava aspettasse.
Niente, in quel luogo, aveva un nome. Niente poteva essere descritto.
Niente era vero.
Anelli di concetti e azioni in un'interminabile catena.
Senza volontà. Senza scrupoli. Senza leggi.
Ormai la fissava da minuti. Vedeva in lei la propulsione. L'alfa, da cui tutto era partito, e da cui tutto avrebbe avuto un nuovo, meraviglioso inizio.
Forza genitrice, foga universale.
"Bisogna necessariamente perdersi, per ritrovarsi?"
"Evidentemente."
Aveva la bellezza dell'ossimoro. Quella che non aveva più intravisto, dopo quel giorno. Quella che gli mancava tanto.
Allora ne elencò quanti più era in grado di ricordarne.
Dolcissimo baratro. Inebriante imperfezione. Rosso spento.
Viva morte.
Lei sorrise. Prese una sigaretta, ne offrì una. E fumarono insieme, in silenzio.
L'immaterialità di quel fumo diede un metro di paragone al loro stato. Li definì. E li vinse.
Risero della loro passata imperfezione. Risero del loro sentirsi, ancora una volta, imperfetti.
Fluttuavano, e sentivano ancora il peso dei loro corpi.
A braccia aperte sull'infinito, videro la metafora della loro esistenza dissolversi nello splendente etere della nuova realtà.
Dell'eternità.
E risero ancora. Della loro miseria.
Quel maglioncino verde. Quello di un tempo. Quello orrendo, che non sopportava, e che pure amava alla follia.
Riconobbe il suo viso. I suoi occhi, più azzurri dell'azzurro che li circondava.
Era cambiata.
Dicevano che, in quello stato, tutto sembrava più pieno. Più colorato. Più vivo. E avevano ragione.
Era già diversa, ora.
Gonna da gitana. Capelli rossi, come non li aveva mai avuti.
Sembrava aspettasse.
Niente, in quel luogo, aveva un nome. Niente poteva essere descritto.
Niente era vero.
Anelli di concetti e azioni in un'interminabile catena.
Senza volontà. Senza scrupoli. Senza leggi.
Ormai la fissava da minuti. Vedeva in lei la propulsione. L'alfa, da cui tutto era partito, e da cui tutto avrebbe avuto un nuovo, meraviglioso inizio.
Forza genitrice, foga universale.
"Bisogna necessariamente perdersi, per ritrovarsi?"
"Evidentemente."
Aveva la bellezza dell'ossimoro. Quella che non aveva più intravisto, dopo quel giorno. Quella che gli mancava tanto.
Allora ne elencò quanti più era in grado di ricordarne.
Dolcissimo baratro. Inebriante imperfezione. Rosso spento.
Viva morte.
Lei sorrise. Prese una sigaretta, ne offrì una. E fumarono insieme, in silenzio.
L'immaterialità di quel fumo diede un metro di paragone al loro stato. Li definì. E li vinse.
Risero della loro passata imperfezione. Risero del loro sentirsi, ancora una volta, imperfetti.
Fluttuavano, e sentivano ancora il peso dei loro corpi.
A braccia aperte sull'infinito, videro la metafora della loro esistenza dissolversi nello splendente etere della nuova realtà.
Dell'eternità.
E risero ancora. Della loro miseria.
22 gennaio 2011
Train in vain
Prese lo specchietto.
Un gesto automatico, ormai.
Come sorridere vedendo la neve. Come togliere e rimettere il tappo della penna nei momenti di noia. Come smettere di leggere quando bussano alla porta.
Come specchiarsi, quando si incontra una persona per la prima volta.
Perchè l'idea che avesse di lei potesse combaciare il più possibile con quella di chi le si stava avvicinando. Chiunque fosse. Soprattutto in quel tipo di situazione. Come ogni mattina.
Guardò la sua immagine riflessa. I capelli fuori posto, le occhiaie scavate, le labbra troppo carnose. Che a lei non dispiacevano, ma solo a lei.
Solo dopo aver terminato il suo piccolo, furtivo rito quotidiano, rivolse l'attenzione al suo nuovo amico porzione singola, come li chiamavano in un film che aveva guardato milioni di volte.
Occhiali neri, maglietta firmata.
Dalla vita in giù non riusciva a vederlo, ma avrebbe scommesso metà della sua borsa di studio su un paio di jeans strappati ma non troppo.
"Ciao."
"Ciao."
"Posso sedermi qui?"
"Fai pure."
Meglio lui di una settantenne che non ti fa studiare perchè si sente in bisogno di parlare del meteo, e delle sue rughe e della nipote che ti somiglia tanto e che proprio non riesce a trovarlo un posto fisso, anche se si è laureata con 110 e lode e ha fatto tre - come si dice, aiutami tu chè sei più giovane... "Master." Ecco, sì, dolcezza, master.
Meglio lui, decisamente, nonostante i jeans strappati ma non troppo.
Nel peggiore dei casi, avrebbe visto i suoi capelli troppo fuori posto, le occhiaie troppo scavate, le labbra troppo carnose, e l'avrebbe lasciata perdere.
La verità è che non le piaceva, il treno.
Un tempo le sembrava simbolo di indipendenza e libertà. Muoversi da sola, senza bisogno di essere accompagnata. Conoscere nuove persone. Poter persino parlare liberamente di se stessa, con la consapevolezza di non dover più reincontrare le persone con cui lo stava facendo.
Ma la bellezza è solo nella novità, e l'entusiasmo si spegne nello spazio di un attimo.
Non le piacevano le amicizie porzione singola, non le piaceva guardare il finestrino senza poter scorgere nulla. Non le piaceva la retorica delle rotaie che portano dappertutto, e della meccanica perfetta degli scambi, e dell'affascinante divisa del ferroviere, e dell'attaccamento alla pura macchina del personale di bordo.
Adesso, il treno simboleggiava solo il totale annullamento della facoltà umana di scegliere.
Perchè con il treno si hanno solo due opportunità: prenderlo, e seguirlo fino a destinazione, anche se non è precisamente dove vorresti andare.
O perderlo, e rimanere fermo.
E a lei, a lei che amava le vie di mezzo, più per un'ansia di distinzione che per una morigeratezza di costumi, quel meccanismo di scelta costretta, di costi e benefici - se lo stava ripetendo da tre ore, ormai - non piaceva affatto.
Riguardò il tizio dagli occhiali scuri. Lo scrutò per un attimo, approfittando del suo perdersi nei fili terribilmente intrecciati delle cuffiette Sony da 80 euro.
Ed un secondo prima che lei potesse distogliere finalmente gli occhi, i loro sguardi si incrociarono.
"Hai voglia di parlare, vero?"
Un gesto automatico, ormai.
Come sorridere vedendo la neve. Come togliere e rimettere il tappo della penna nei momenti di noia. Come smettere di leggere quando bussano alla porta.
Come specchiarsi, quando si incontra una persona per la prima volta.
Perchè l'idea che avesse di lei potesse combaciare il più possibile con quella di chi le si stava avvicinando. Chiunque fosse. Soprattutto in quel tipo di situazione. Come ogni mattina.
Guardò la sua immagine riflessa. I capelli fuori posto, le occhiaie scavate, le labbra troppo carnose. Che a lei non dispiacevano, ma solo a lei.
Solo dopo aver terminato il suo piccolo, furtivo rito quotidiano, rivolse l'attenzione al suo nuovo amico porzione singola, come li chiamavano in un film che aveva guardato milioni di volte.
Occhiali neri, maglietta firmata.
Dalla vita in giù non riusciva a vederlo, ma avrebbe scommesso metà della sua borsa di studio su un paio di jeans strappati ma non troppo.
"Ciao."
"Ciao."
"Posso sedermi qui?"
"Fai pure."
Meglio lui di una settantenne che non ti fa studiare perchè si sente in bisogno di parlare del meteo, e delle sue rughe e della nipote che ti somiglia tanto e che proprio non riesce a trovarlo un posto fisso, anche se si è laureata con 110 e lode e ha fatto tre - come si dice, aiutami tu chè sei più giovane... "Master." Ecco, sì, dolcezza, master.
Meglio lui, decisamente, nonostante i jeans strappati ma non troppo.
Nel peggiore dei casi, avrebbe visto i suoi capelli troppo fuori posto, le occhiaie troppo scavate, le labbra troppo carnose, e l'avrebbe lasciata perdere.
La verità è che non le piaceva, il treno.
Un tempo le sembrava simbolo di indipendenza e libertà. Muoversi da sola, senza bisogno di essere accompagnata. Conoscere nuove persone. Poter persino parlare liberamente di se stessa, con la consapevolezza di non dover più reincontrare le persone con cui lo stava facendo.
Ma la bellezza è solo nella novità, e l'entusiasmo si spegne nello spazio di un attimo.
Non le piacevano le amicizie porzione singola, non le piaceva guardare il finestrino senza poter scorgere nulla. Non le piaceva la retorica delle rotaie che portano dappertutto, e della meccanica perfetta degli scambi, e dell'affascinante divisa del ferroviere, e dell'attaccamento alla pura macchina del personale di bordo.
Adesso, il treno simboleggiava solo il totale annullamento della facoltà umana di scegliere.
Perchè con il treno si hanno solo due opportunità: prenderlo, e seguirlo fino a destinazione, anche se non è precisamente dove vorresti andare.
O perderlo, e rimanere fermo.
E a lei, a lei che amava le vie di mezzo, più per un'ansia di distinzione che per una morigeratezza di costumi, quel meccanismo di scelta costretta, di costi e benefici - se lo stava ripetendo da tre ore, ormai - non piaceva affatto.
Riguardò il tizio dagli occhiali scuri. Lo scrutò per un attimo, approfittando del suo perdersi nei fili terribilmente intrecciati delle cuffiette Sony da 80 euro.
Ed un secondo prima che lei potesse distogliere finalmente gli occhi, i loro sguardi si incrociarono.
"Hai voglia di parlare, vero?"
12 gennaio 2011
Mirafiori, chè non riesco ad articolare
1- Attualmente, non ci sono modi per impedire a un'azienda di delocalizzare quando le conviene.
2- Un operaio italiano vale esattamente come un operaio polacco, o slavo.
3- Non accetto chi dice "Marchionne fa bene". Marchionne fa gli interessi del titolo in borsa. Questo non significa fare bene.
4- Non accetto chi dice "Marchionne potrebbe tagliare il suo stipendio". Non è tenuto a farlo.
5- Hanno ragione coloro che si scagliano contro il sistema della retribuzione dei manager, ma il discorso è lungo.
6- Se l'Italia ha storicamente dato aiuti economici alla FIAT, basando tutta la propria politica economica su Agnelli e co., non è la FIAT ad avere dei vincoli, ma noi a doverci mangiare le mani.
7- La turnazione di 10 ore è una cosa che nemmeno in Russia nell'800.
8- La FIOM fa una grandissima cazzata se non firma l'accordo, una volta passato il referendum.
9- Se "si entra troppo nella testa di Marchionne", è perchè, alla fine della fiera, è lui a decidere.
10- Vendola ha fatto bene ad andare davanti alla fabbrica.
11- Capisco il PD che non riesce a prendere una posizione. Capisco Bersani, capisco persino Veltroni e D'Alema. Non capisco, non posso capire, Renzi e il suo entusiasmo da "Marchionne è il più figo del mondo".
12- Chiunque parli di Mirafiori, prima, dovrebbe leggere questo articolo.
13- Coloro che dicono che chi vota no non ha "voglia di lavorare", e che gli operai sono in realtà dei privilegiati che fanno tanto casino per niente, sono persone con cui non avrei mai voglia di discutere seriamente.
14- Uno stato degno di questo nome, un governo degno di questo nome, cercherebbe di mediare tra le parti. Un capo del governo degno di questo nome non direbbe mai cose del genere.
15- La cosa migliore, in questo caso, non è la più giusta.
2- Un operaio italiano vale esattamente come un operaio polacco, o slavo.
3- Non accetto chi dice "Marchionne fa bene". Marchionne fa gli interessi del titolo in borsa. Questo non significa fare bene.
4- Non accetto chi dice "Marchionne potrebbe tagliare il suo stipendio". Non è tenuto a farlo.
5- Hanno ragione coloro che si scagliano contro il sistema della retribuzione dei manager, ma il discorso è lungo.
6- Se l'Italia ha storicamente dato aiuti economici alla FIAT, basando tutta la propria politica economica su Agnelli e co., non è la FIAT ad avere dei vincoli, ma noi a doverci mangiare le mani.
7- La turnazione di 10 ore è una cosa che nemmeno in Russia nell'800.
8- La FIOM fa una grandissima cazzata se non firma l'accordo, una volta passato il referendum.
9- Se "si entra troppo nella testa di Marchionne", è perchè, alla fine della fiera, è lui a decidere.
10- Vendola ha fatto bene ad andare davanti alla fabbrica.
11- Capisco il PD che non riesce a prendere una posizione. Capisco Bersani, capisco persino Veltroni e D'Alema. Non capisco, non posso capire, Renzi e il suo entusiasmo da "Marchionne è il più figo del mondo".
12- Chiunque parli di Mirafiori, prima, dovrebbe leggere questo articolo.
13- Coloro che dicono che chi vota no non ha "voglia di lavorare", e che gli operai sono in realtà dei privilegiati che fanno tanto casino per niente, sono persone con cui non avrei mai voglia di discutere seriamente.
14- Uno stato degno di questo nome, un governo degno di questo nome, cercherebbe di mediare tra le parti. Un capo del governo degno di questo nome non direbbe mai cose del genere.
15- La cosa migliore, in questo caso, non è la più giusta.
11 gennaio 2011
Dialoghi surreali
- Sei oltre San Francesco, te.
Ma alla fine perdonò il marito, acquistò popolarità e venne sconfitta di un nulla alle primarie del partito dei teodem per l'elezione del candidato-papa. Sconfitta da colui che, dopo aver sconfitto un vecchio martire che si era miracolosamente salvato dal rogo, sarebbe diventato il primo papa nero della storia.
- Ma sei sicuro?
- Guarda, ti evito tutta la storia dello scandalo delle indulgenze, della riforma del sistema purgatorio e della sconfitta di papa Barack-o Pietro II, come si era fatto chiamare-alle elezioni di medium terminis ( per la stampa locale un'apocalisse ). Ma solo perchè sarebbe troppo lungo raccontarla.
-Mi hai fatto scrivere "papa Verga" sul libro di letteratura.
- San Francesco mi piace tanto. Non aveva paura nemmeno dei lupi. Vorrei tanto riuscirci pure io.
- Sì, San Francesco era decisamente un figo. Peccato per la questione delle stimmate, lì si è commercializzato.- Dici?
- Per non contarte gli scandali sessuali con Santa Rita.- Ma non era Santa Chiara? Va beh, non gli si può dare nemmeno tutta la colpa, pover'uomo.
- Eh, infatti fu un brutto momento, per Santa Chiara.Ma alla fine perdonò il marito, acquistò popolarità e venne sconfitta di un nulla alle primarie del partito dei teodem per l'elezione del candidato-papa. Sconfitta da colui che, dopo aver sconfitto un vecchio martire che si era miracolosamente salvato dal rogo, sarebbe diventato il primo papa nero della storia.
- Ma sei sicuro?
- Guarda, ti evito tutta la storia dello scandalo delle indulgenze, della riforma del sistema purgatorio e della sconfitta di papa Barack-o Pietro II, come si era fatto chiamare-alle elezioni di medium terminis ( per la stampa locale un'apocalisse ). Ma solo perchè sarebbe troppo lungo raccontarla.
-Mi hai fatto scrivere "papa Verga" sul libro di letteratura.
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